di Alan Patarga

Più passano i giorni e più il muro finanziario con il quale Stati Uniti, Europa e alleati (dal Giappone al Canada, fino alla Corea del Sud) vorrebbero isolare la Russia dal resto del mondo, presenta crepe sempre più evidenti. Spiragli importanti per il Cremlino, che coinvolgono anche noi europei e la nostra doppia morale: pronti a imporre sanzioni economiche da un lato, ma restii a fare a meno delle cospicue forniture di gas e petrolio provenienti da Est, obiettivamente difficili da rimpiazzare. Qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi giorni: la stampa italiana se n’è accorta poco, ma negli altri Paesi il dibattito su quanto sia ancora opportuno acquistare energia da Mosca, finanziando di fatto la guerra contro gli alleati ucraini è arrivato quasi ovunque alla presa d’atto che – al di là della convenienza economica – questo atteggiamento fa dell’Europa un nano politico ed etico. Ieri il quotidiano spagnolo El Paìs titolava in apertura esplicitamente sull’adesione dell’Ue al blocco del gas russo, indicando in tre Paesi appena il fronte della resistenza: la Germania (che fa affidamento sulle forniture russe al 66%), l’Italia (43%) e l’Ungheria (un inequivocabile 95% cui va affiancata anche la sintonia tra il premier Orban e Vladimir Putin). Insomma, non appena cadrà il “muro” di Berlino (e cadrà), il governo Draghi non potrà fare altro che adeguarsi, per non guadagnarsi lo stigma di Paese euroscettico: fuori discussione, per un ex presidente della Bce.

Isolamento sarà, quindi, ma nel frattempo il Cremlino ha studiato bene le sue mosse. Una prova di vitalità l’ha data ancora nelle ultime 48 ore, pagando regolarmente gli interessi in scadenza su obbligazioni denominate in dollari in mano a investitori esteri. Al contrario di quanto minacciato, Mosca ha effettuato un bonifico su un conto JP Morgan in una filiale londinese di Citi, in valuta pregiata (dollari appunto) e non rubli, e dimostrando peraltro di poter facilmente aggirare il blocco del circuito Swift. Un versamento che scongiura il default tecnico (se il Paese avesse saltato il pagamento, ma anche se avesse rimborsato gli obbligazionisti in rubli), sebbene le incognite nel futuro prossimo non manchino: stavolta da ripagare c’erano cedole su 117 milioni di dollari, il 4 aprile il conto sarà su 2 miliardi e nel frattempo Standard & Poor’s ha ulteriormente abbassato il rating sovrano a una tripla C, spazzatura vera e propria.

 

L’ARABIA INFELICE

Epperò Putin sopravvive. Si moltiplicano, infatti, i segnali di una saldatura d’interessi tra Paesi non allineati e il punto d’incontro sono proprio quelle materie prime sulle quali noi occidentali ci dividiamo. Il segnale più dirompente, in questo senso, è arrivato pochi giorni fa. Il Wall Street Journal ha infatti rivelato l’intenzione dell’Arabia Saudita di accettare da Pechino, d’ora in avanti, pagamenti in yuan (la valuta cinese, conosciuta anche come renminbi) per le forniture di greggio dirette al Paese. Una cifra, per capire l’enormità della cosa: la Cina, da sola, acquista ogni anno il 25% del petrolio saudita. Riyadh è un alleato storico di Washington e sebbene colloqui in questo senso andassero avanti da almeno sei anni, la tempistica difficilmente può ritenersi casuale. Lo schiaffo c’è, ed è diretto soprattutto all’America di Biden, che in questo primo anno e mezzo di presidenza non ha fatto nulla per rinsaldare i legami con la dinastia saudita. Legami che risalgono agli anni Sessanta e soprattutto al patto che nel decennio successivo i re arabi strinsero con il presidente repubblicano Richard Nixon: voi ci garantite il vostro petrolio, noi tuteleremo la vostra sicurezza e i vostri interessi nella regione del Golfo. Intesa che ha retto a tutto e anche di più, perfino all’ambiguità saudita sul terrorismo islamista, soprattutto nella stagione del qaedismo. Ma che proprio con l’ascesa del democratico Biden segna una frattura: una dietro l’altro, il neo inquilino della Casa Bianca ha inanellato decisioni che hanno irritato Riyadh, dall’ingerenza nel conflitto civile in Yemen, al ritiro giudicato avventato dall’Afghanistan, fino alle aperture all’Iran e al suo programma nucleare. Per la monarchia saudita, gli ayatollah sono il nemico per definizione: gli Stati Uniti, a loro modo di vedere, hanno già o stanno per oltrepassare il segno. Ecco spiegata, quindi, una mossa che mette in dubbio una delle poche certezze acquisite sui mercati internazionali: il petrolio si paga in dollari. Punto. E invece, quel che non riuscì alla moneta comune europea (e molti fantasticavano, nel 2002 e dintorni, sulle magnifiche sorti del “petroeuro” che avrebbe scalzato il biglietto verde, grazie a un rapporto meno conflittuale con il mondo islamico), potrebbe ora essere alla portata della divisa cinese. E non solo: altri, potenzialmente, potrebbero seguire, decretando la fine del monopolio del dollaro e di fatto la fine dell’impero economico a stelle e strisce.

 

Che sia presto per il requiem all’America è però fuor di dubbio. Tanti hanno vaticinato in questa direzione e altrettante volte la storia si è incaricata di smentirli. Ciò non toglie che i segnali vadano colti. Le materie prime sono un banco di prova importante: non a caso, Vladimir Putin ha di recente suggerito la creazione di un cartello dei produttori. Qualcosa di molto più importante dell’Opec, alle cui riunioni partecipa in formato allargato anche la Russia pur non essendone membro: dal Cremlino è arrivata infatti la suggestione di un’alleanza più ampia, che includa chi estrae petrolio, ma anche gas naturale, metalli, terre rare. La geografia di questi produttori suggerisce che tutti o quasi insistono tra il Golfo, l’area ex sovietica e la Cina. Il ricco Occidente sarebbe plasticamente tagliato fuori dalle forniture, qualora un allineamento di non allineati determinasse un’improvvisa interruzione capace di spegnere letteralmente i motori del progresso. Senza quelle materie prime non possiamo fa funzionare nulla: dalle automobili agli elettrodomestici.

 

OCCHIO ALLE CRIPTO

L’ultima crepa è, ancora una volta, monetaria. L’isolamento finanziario di Mosca reggerà fintanto che il dollaro e i circuiti internazionali come lo Swift bancario saranno la dominante del sistema globale. Ma il rafforzamento di canali alternativi come il CIPS cinese (un sistema di messaggistica tra banche sostanzialmente equivalente) sgretola quel muro e un altro colpo di piccone è rappresentato dalle criptovalute. Dallo scorso 24 febbraio – data dell’invasione russa dell’Ucraina l’attività di cryptomining, cioè l’estrazione di valuta virtuale dalla blockchain di cui la Russia è uno dei principali attori globali, è cresciuta del 40 per cento. Solo una coincidenza?