di Alan Patarga

DIMISSIONI A PIOGGIA, L’ITALIA ZALONIANA DEL POSTO FISSO E’ UN RICORDO?

I dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, che segnalano una pioggia di dimissioni volontarie dal lavoro nel primo semestre del 2022 (circa 1 milione di contratti cessati con questa modalità), suggeriscono il tramonto di un modello italico di riferimento: quello del “posto fisso” ad ogni costo celebrato da Checco Zalone nei suoi film.

Gli analisti si affannano a dire che il fenomeno – in verità globale e non soltanto italiano, tanto che negli Stati Uniti si è parlato già da oltre un anno di “The Great Resignation” – non sia in realtà un fatto negativo: l’ondata di dimissioni corrisponderebbe a una ritrovata vitalità del mercato del lavoro, nel nostro e negli altri Paesi, dopo la paralisi indotta dalla pandemia (e che da queste parti durava da ancora più tempo). Alcuni numeri suffragherebbero questa tesi: a fronte di 3 milioni e 322 mila cessazioni tra gennaio e giugno, si sono registrate 4 milioni e 270 mila attivazioni di nuovi contratti, con una buona quota di tempi indeterminati. Insomma, si lascia il lavoro perché fioccherebbero le occasioni.

IL MIX LETALE DI TECNOLOGIA E ASSISTENZIALISMO

Vitalità dunque, ma non solo. Perché innanzitutto andrebbe dimostrato che chi si è licenziato lo ha fatto già consapevole di avere altrove un’altra opportunità – e l’osservazione delle dinamiche di questo periodo suggerisce anche altro. Ci sono infatti almeno due fattori che potrebbero aver influito sulla scelta di molti di lasciare il “solito posto” di lavoro in cerca di nuovi stimoli o, forse, di un nuovo stile di vita. Il primo è lo smart working, una modalità lavorativa praticamente inedita in Italia fino al 2020: l’obbligo di ricorrervi indotto dalla pandemia ha fatto scoprire a molti lavoratori tutelati che un altro ménage vita è possibile, con meno ansie da spostamento, meno tempi morti, maggiore conciliazione tra tempi di vita professionale e sfera privata. Soprattutto perché il lavoro agile è stato concesso a parità di condizioni contrattuali su tutti gli altri fronti: uguali stipendi e benefit, minori obblighi in termini di orari e residenza. Il fenomeno del “southworking”, cioè di chi ha deciso di trasferirsi armi e bagagli al Sud, magari vista mare, mantenendo il posto fisso al Nord, non è stato di massa ma in questo senso è un buon indicatore della voglia di avere – come si usava dire colloquialmente – botte piena e moglie ubriaca allo stesso tempo. L’altro fattore è il Reddito di cittadinanza: non che il sussidio sia immediatamente fruibile da chi si licenzia volontariamente (altrimenti sarebbe una corsa), ma sapere che esiste uno strumento tutto sommato potente di sostegno al reddito in caso di difficoltà può essere una molla a lanciarsi in nuove esperienze senza doverci pensare troppo. Una dinamica che accentua un carattere già presente nel modus vivendi italiano: perché il nostro, segnalava qualche anno fa Luca Ricolfi con il suo brillante saggio sulla “Società signorile di massa”, è già un Paese che da anni si permette di essere “choosy” (cioè schizzinoso, copyright Elsa Fornero) sapendo di poter contare su quell’ammortizzatore sociale naturale che è la famiglia. E le nuove sirene del “minima spesa, massima resa” fornite dalla tecnologia e dall’assistenzialismo di Stato non fanno che accentuare questa tendenza che altrimenti avrebbe conosciuto una inevitabile battuta d’arresto: perché i patrimoni familiari, figli della smania accantonatrice degli anni intorno al Boom, sono in via di costante erosione per la maggiore propensione al consumo e la minor ricchezza delle buste paga offerte. Un circolo vizioso che le illusioni della vita facile spacciate dalla politica rischiano invece di perpetuare pericolosamente. Fino a quando, svuotati i conti in banca e prosciugate le casse pubbliche, tornerà obbligatorio accettare un lavoro purchessia. E tenerselo stretto.