di Alan Patarga

Lunedì prossimo Mario Draghi e Giuseppe Conte si vedranno. Sul piatto c’è, chiaramente, la permanenza di quel che resta del Movimento 5 Stelle nell’esecutivo o quantomeno nell’area di governo. Il gioco delle parti fa dire all’uno che senza grillini non intende governare e agli altri che starebbe invece montando la suggestione di un appoggio esterno, se non un addio tout court all’esperienza delle larghe intese. Una cosa è certa: dal 2018, quando andarono al potere con la Lega per poi mantenerlo stabilmente con sempre nuovi alleati, i 5 Stelle hanno condizionato più di ogni altra forza politica l’agenda economica del Paese. Nel bene e nel male. Hanno imposto la nascita del Reddito di cittadinanza, che costa alle casse dello Stato circa 9 miliardi di euro l’anno, ed è a loro ascrivibile anche un provvedimento controverso come il Superbonus al 110% per le ristrutturazioni edilizie che comportino una riqualificazione energetica dell’edificio oggetto dei lavori.

MA UN SUSSIDIO (PIU’ BASSO) CI VUOLE

Sulla carta, due ideone: perché molto più di un salario minimo (l’Italia ha un patrimonio di contratti collettivi di lavoro dei quali si potrebbe facilmente estendere il campo di applicazione, piuttosto che introdurre cifre inevitabilmente al ribasso per i non garantiti), l’introduzione di una misura per combattere la povertà delle fasce più deboli della popolazione è un dovere civile e il Reddito virtualmente assolve a questo compito. Peccato che tra il dire e il fare ci sia di mezzo il mare delle velleità grilline, che hanno voluto imporre una cifra troppo elevata per il beneficio (fino a 780 euro, “tanti” in un Paese come il nostro con stipendi fermi da oltre un trentennio) diventata un disincentivo a trovarsi un lavoro. Lo dicono le cronache degli ultimi anni: giovani e meno giovani che rifiutano offerte d’impiego regolari, perché tutto sommato è più comodo incassare il Reddito e semmai fare qualche lavoretto in nero. Turismo e ristorazione senza stagionali sono una logica conseguenza di questo malcostume. Ma a pesare sul bilancio della misura – a tre anni dal suo varo – è anche un sistema di politiche attive tanto ambizioso quanto fallimentare: quello imperniato sulla figura del navigator, una sorta di precario di lusso pagato per trovare lavoro senza essere stato in grado di cercarsene uno da sé. Un doppione dei centri per l’impiego che ha portato molta confusione e pochi risultati, se è vero che solo una minima parte dei percettori del Reddito è stata poi effettivamente reinserita nel mercato del lavoro. Ora Italia Viva, il partito di Matteo Renzi, raccoglie le firme per abolirlo. Altre forze politiche propongono continue modifiche e “giri di vite”, come quello che vorrebbe equiparare offerte di lavoro da privati e da centri per l’impiego, per aumentare le possibilità di revoca del sussidio a fronte di due rifiuti da parte del beneficiario a farsi assumere.

 

BASTEREBBE IL 90%

L’altra misura simbolo è il Superbonus 110%. Con la scusa delle frodi (ma dati alla mano si sta scoprendo che il 97% di quelle in edilizia riguardano altri incentivi), il premier Draghi – molto ostile alla misura – ha via via sponsorizzato una serie di nuovi “paletti” pensati per scoraggiare il ricorso al bonus, probabilmente nel timore che potesse sottrarre troppe risorse al bilancio pubblico. Timore legittimo, perché a moltissimi italiani la possibilità di ristrutturare casa gratuitamente (magari rifacendo il tetto o installando una caldaia a pompa di calore oppure facendo il “cappotto” per ridurre la dispersione termica) chiaramente ha fatto gola. Il boom di cantieri è stato inizialmente frenato dalla penuria di ponteggi e dalla complessità delle procedure, poi sono intervenute le limitazioni al meccanismo della cessione dei crediti che di fatto hanno bloccato tutto o quasi. Perché per evitare di mettere mano al portafogli il sistema in effetti ci sarebbe: anziché attendere la restituzione rateale in 10 anni della detrazione fiscale (con il pericolo di essere incapienti), era sufficiente trovare una ditta o una banca che acquistasse il titolo fiscale. Questa “irresponsabilità” di fatto del committente e spesso anche dell’impresa edile ha fatto sì che i prezzi corressero, a volte gonfiati, perché tanto alla fine il conto lo avrebbe pagato Pantalone (cioè lo Stato). La misura rischia di scomparire anzitempo, o di non essere prorogata a sufficienza per recuperare uno stallo di fatto di oltre un semestre, dovuto all’incertezza normativa che ha portato le banche a non accettare più pratiche. L’indebolimento dei 5 Stelle rischia pertanto di travolgere famiglie e ditte che su questa opportunità stavano puntando forte, a causa di un peccato originale tipicamente grillino: la pretesa della gratuità. Se solo il Superbonus fosse stato all’80 o al 90%, insomma avesse comportato un qualche onere finanziario per i beneficiari, maggiore sarebbe stata la vigilanza sui prezzi e in generale la serietà dell’operazione. Così, nella foga di cancellare tutto cioè che è stato bandiera dei pentastellati in questo quadriennio, il rischio è che si butti il bambino con l’acqua sporca.