di Alan Patarga

Appena un paio di giorni fa i lavoratori aderenti al sindacato tedesco Verdi hanno indetto uno sciopero del personale di terra della compagnia aerea Lufthansa che ha mandato in fibrillazione i trasporti in tutta Europa. Oltre mille i voli cancellati, 130.000 i passeggeri rimasti a terra e una lunga catena di ritardi e disagi che ha finito per ripercuotersi anche su viaggiatori di linee non direttamente coinvolte nella protesta.
Lo vediamo da settimane, ormai: l’Europa è alle prese con un parziale collasso del trasporto aereo, stretto tra l’esigenza dei consumatori di tornare a viaggiare come prima del Covid e i pesanti tagli di personale che numerosi vettori hanno operato proprio a seguito delle restrizioni dovute alla pandemia. Anche negli aeroporti italiani si susseguono ritardi e cancellazioni, mentre associazioni dei consumatori e media ricordano regole e procedure per ottenere il cambio dei voli o in alternativa il rimborso dei biglietti e l’eventuale risarcimento del danno.

LA NOTA DEL MIMS

Vale però la pena rileggere una nota del ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile (Mims), attualmente guidato da Enrico Giovannini, con la quale si dava conto di un tavolo tecnico sull’emergenza trasporto aereo al quale hanno preso parte lo scorso 6 luglio associazioni datoriali, Enac ed Enav. Sta scritto: “Grazie al ricorso alla cassa integrazione e ai sostegni decisi dal Governo durante la crisi indotta dalla pandemia, che hanno consentito il rapido ritorno in servizio del personale del settore aereo e aeroportuale, il sistema del trasporto aereo italiano ha retto alla ripresa del traffico degli ultimi mesi. Le attuali criticità e disagi per i viaggiatori sono causati soprattutto dalle ripercussioni sul sistema italiano dei disservizi e ritardi dei vettori provenienti da altri scali europei, come confermato anche dai dati di Eurocontrol”.
Che la Cig sia un elemento di flessibilità, almeno in questo caso, è innegabile: anziché licenziare in tronco il personale, come accaduto all’estero, in Italia si è battuta come sempre la strada degli ammortizzatori sociali per l’intero comparto, congelando i posti di lavoro e riattivandoli senza colpo ferire al ritorno alla normalità. Altrove, le compagnie aeree si sono scontrate con un mercato che – pure in ripresa – non riusciva a reperire con sufficiente rapidità il personale necessario a rimettersi in carreggiata.

OCCHIO A RIFORMARE

Questo dovrebbe far riflettere tutti, sostenitori dello status quo e fautori del cambiamento, sulla natura e l’efficacia del welfare italiano. Da anni i critici della cassa integrazione – per lo più da destra – si scagliano contro la pretesa di chi ne incentiva l’utilizzo (tutti, quando hanno responsabilità di governo) di salvaguardare i posti di lavoro anziché tutelare i singoli lavoratori, favorendone l’occupabilità anche in caso di licenziamento. Critica corretta, ma l’esempio di quanto sta accadendo in queste settimane non può non indurre a valutare cosa sarebbe accaduto ai nostri voli, e dunque al nostro sistema del turismo e alle nostre sudate vacanze, qualora si fosse imboccata quella strada. Viceversa, a sinistra si vorrebbe allargare sempre di più il ricorso a questo istituto – rendendolo “universale” – venendo però meno ai presupposti di sostenibilità finanziaria e sociale finora sostanzialmente osservati: e cioè che alla Cig, salvo emergenze epocali, potessero accedere i lavoratori di imprese che se ne carichino parzialmente i costi, non scaricandoli interamente sulla fiscalità generale. Se una prossima riforma degli ammortizzatori snaturasse tali strumenti in questa direzione si aprirebbe presto il dibattito sulla loro convenienza con il risultato che a far pagare Pantalone a lungo andare pagherebbero i lavoratori, perdendo diritti.

IL PARADOSSO DEL SALARIO

E’ un po’ quel che accade sul dibattito (abbastanza surreale) sull’idea di introdurre nell’ordinamento italiano un salario minimo orario “come nel resto d’Europa”. Chi lo dice non sa, dimentica o finge di non ricordare come praticamente nessun altro Paese nel continente abbia un sistema di contrattazione collettiva capillarmente esteso come quello italiano. Ciò non vuol dire che non esistano sacche di lavoratori non tutelati: è giusto pretendere anche per loro un equo compenso, magari estendendo i minimi retributivi della categoria di riferimento. Altro è pensare che una paga al ribasso non susciti la voglia nei singoli imprenditori ma anche nelle associazioni datoriali di disdettare i contratti collettivi, con i loro superminimi e benefit strappati dopo lunghi negoziati, per applicare una paga al ribasso. Sarebbe una conquista per i lavoratori?