di Alessandro Giugni

Negli ultimi giorni l’attenzione dei media italiani e di tutti i partiti è unicamente rivolta a un unico tema: chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica?
Il totonomi impazza in ogni rete televisiva, i cellulari dei capi di partito si infuocano come non mai: sarà Draghi, il quale non ha mai nascosto il suo desiderio di salire al Colle e che, con le sue ultime manovre, sta cercando una quadra per raggiungere un traguardo personale e, al contempo, mantenere in piedi un Governo che si regge su fondamenta fangose? Sarà il divisivo Berlusconi, che potrebbe tornare alla carica benché si sia in un primo momento ritirato? Forse meglio un nome meno invadente e in grado di mettere tutti d’accordo come Marcello Pera, Maria Elisabetta Casellati, Pier Ferdinando Casini, Carlo Nordio o Marta Cartabia? O forse, ancora, la scelta potrebbe ricadere su Andrea Riccardi, Giuliano Amato, Elisabetta Belloni, Paolo Gentiloni o Franco Frattini? Alla fine, i partiti dovranno implorare Mattarella di rendersi disponibile a un bis?
Nessun organo di stampa, però, si è posto una domanda che, a parere di chi scrive, in un momento storico tanto particolare quanto quello che stiamo vivendo dovrebbe essere al centro di qualsivoglia dibattito: siamo davvero sicuri che il nome del nuovo Presidente della Repubblica sia in cima alla lista delle priorità e delle preoccupazioni dei cittadini italiani?
Tre sono le problematiche
che la politica italiana dovrebbe unirsi per affrontare, invece che sprecare ore, giorni, settimane alla ricerca della convergenza su un nome che, in fin dei conti, a null’altro dovrà servire se non a mantenere in vita la legislatura corrente e a salvare la poltrona (e lo stipendio ad essa annesso) a parlamentari che, in caso di crisi di governo, sprofonderebbero in quell’abisso di nullafacenza nel quale erano immersi prima di essere eletti.
In primis, al momento il mondo si trova sull’orlo di una nuova guerra. Le tensioni tra Russia e Ucraina sono lievitate a tal punto che Regno Unito, Australia, Germania e Stati Uniti hanno ordinato l’evacuazione delle famiglie dei loro diplomatici. Inoltre, più della metà dello staff dell’ambasciata britannica è stato richiamato in patria temendo Downing Street che, in caso di scoppio del conflitto, sarebbe stato estremamente difficile il loro rientro. Al contempo, compagnie aeree come Lufthansa e KLM hanno ridotto al minimo i voli da e verso Kiev e Khaerkiv, mentre molte società commerciali stanno traslocando le proprie sedi verso lidi più sicuri. Come se ciò non bastasse, nella giornata di ieri, lunedì 24 gennaio, il Presidente USA Joe Biden si è dichiarato pronto all’invio di 5.000 soldati americani nel Baltico e nell’Est Europa al fine di contrastare l’eventuale avanzata delle truppe russe. Una mossa quest’ultima che non è da escludersi nel caso in cui venisse confermato l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nella Nato, evento questo che Putin vorrebbe scongiurare ritenendo, come più volte pubblicamente affermato, che ciò si tradurrebbe in un’espansione verso est della Nato stessa.
In secundis, i cittadini e le imprese italiane hanno ricevuto l’ennesima batosta con un aumento spropositato e insostenibile delle bollette di luce e gas. Le cause di ciò sono da individuarsi principalmente nell’aumento della domanda di metano nel mondo in quanto fonte energetica meno impattante rispetto a petrolio e carbone. Inoltre, la Francia ha recentemente spento due centrali nucleari e ha sostituito l’energia nucleare proprio con il metano. I rincari su tale gas naturale hanno prodotto un effetto domino sui costi dell’energia elettrica, venendo la metà del fabbisogno energetico italiano soddisfatta tramite l’impiego di centrali termoelettriche a ciclo combinato alimentate a metano. Come evidenziato da ARERA (clicca qui per leggere il report completo), il prezzo del gas naturale al TTF (il mercato di riferimento europeo per il gas naturale) è aumentato, da gennaio a dicembre 2021, di quasi il 500% (da 21 a 120 €/MWh nei valori medi mensili); nello stesso periodo, il prezzo della CO2 è più che raddoppiato (da 33 a 79 €/tCO2). Lo spropositato incremento dei costi del costo del combustibile fossile e della CO2 si è riflesso, di conseguenza, nel prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso (PUN) che, nello stesso periodo, è aumentato di quasi il 400% (da 61 a 288 €/MWh nei valori medi mensili). Tali variazioni si traducono in aumenti delle bollette di famiglie e imprese pari circa a +64% per quanto riguarda il gas e +68% per quanto riguarda l’energia elettrica.
Dopo due anni di restrizioni, di diritti più o meno arbitrariamente limitati, di comunicazione intimidatoria e di sacrifici richiesti a ciascuno di noi, di fronte al pericolo di una guerra che investirebbe necessariamente anche il nostro Paese e, infine, davanti a spaventosi rincari del costo della vita che con ogni probabilità, se non calmierati con ingenti e urgenti interventi, porteranno al definitivo collasso di un’economia già stremata, siamo davvero così sicuri che l’unica preoccupazione dei cittadini italiani sia quella di veder eletto un Presidente della Repubblica “responsabile e non divisivo”?