di Alessandro Giugni

 Nel fine settimana appena trascorso la città di Roma è divenuta il fulcro delle attenzioni di tutto il mondo a fronte dello svolgimento del G20 nel quartiere Eur.

Il summit internazionale si è concluso con l’assunzione dell’impegno, da parte dei leader mondiali, di azzerare le emissioni nette indicativamente entro la metà del secolo in corso. Per chi fosse interessato ad approfondire nello specifico le singole voci dell’accordo, il testo integrale è disponibile cliccando qui.
Due sono le questioni di particolare rilevanza che si ritiene opportuno segnalare.
In primis, secondo alcune indiscrezioni riportate alcuni giorni or sono dal Financial Times(clicca qui per leggerle), il premier italiano Mario Draghi, forte del ruolo di presidente dell’attuale G20, avrebbe fatto pressione sugli altri leader mondiali affinché venisse sottoscritto un patto volto a garantire: 1) il raggiungimento della neutralità climatica entro e non oltre il 2050; 2) il contenimento dell’aumento medio della temperatura globale al di sotto di 1.5°C (impegno, quest’ultimo, che era stato altresì sancito negli Accordi di Parigi); 3) entro il 2030, una riduzione del 30% delle emissioni di metano rispetto ai valori registrati nel 2020.
Nel documento conclusivo del G20 non v’è traccia di assunzione di impegno relativamente ad alcuno dei predetti obiettivi. Viene fatta unicamente menzione della necessità di contenere l’aumento della temperatura media della Terra a 1.5°C fino al 2030, venendo, però, rimandata alla COP26 ogni discussione circa le modalità di perseguimento di tale scopo. Questo continuo rimandare decisioni cruciali e urgenti a summit internazionali successivi denota una carenza di fondo di volontà effettiva di trovare soluzioni concrete per risolvere un problema, quale quello del cambiamento climatico, che necessiterebbe di un impegno concreto di tutti i Paesi del mondo, i quali, invece, perseverano nell’anteporre egoismi individuali all’interesse collettivo. A dimostrazione di ciò, possiamo prendere come esempio l’atteggiamento della Cina, paese questo che si è opposto alla data del 2050 come termine ultimo entro il quale azzerare le emissioni nette e che, per il perseguimento di tale scopo, si è dato come ultimatum il 2060.
In secundis, è stata data conferma all’Accordo (siglato a luglio 2021 da 136 Paesi) secondo il quale, a partire dal 2023, le multinazionali con un fatturato annuo superiore a 750 milioni di euro saranno assoggettate al pagamento di un’imposta pari almeno al 15% in ciascuno dei paesi nei quali operano. L’introduzione della tassa minima globale permetterà, dunque, di scardinare quel sistema, attualmente vigente, in base al quale le grandi aziende sono solite creare articolate organizzazioni aziendali e finanziare così da poter spostare la parte più consistente dei propri profitti in stati aventi un basso livello di tassazione (si pensi, a titolo di esempio, a Irlanda e Paesi Bassi, i quali sono noti per offrire condizioni estremamente vantaggiose alle multinazionali che decidano di eleggerli a sede fiscale). In base all’Accordo vidimato nel corso del G20, inoltre, le aziende che genereranno profitti in paesi non aderenti all’Accordo stesso saranno tenute a pagare la differenza tra l’aliquota della nazione interessata e l’aliquota minima del 15% nel paese d’origine.