di Angelo Portale

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Il cristiano dovrebbe sapere e accettare che c’è da colmare un disavanzo metafisico, che bisogna accettare il dolore come inevitabile e solo in questo modo superarlo e capovolgerlo. Nel dolore egli trova la sede più sicura e più autentica della gioia, della vera gioia che non mascherata più dietro a nessun orpello destinato a perire, si poggia sull’unico fondamento che non crollerà mai: “Dio esiste. È stato scelto il bene”. Questo fondamento è per lui una certezza metafisica.

La sofferenza rende la gioia pura ed umile, purificandola da ogni fronzolo che si mostra come essenziale, ma che, nella sua realtà più profonda, è solo un surrogato. Approfondire il dolore è redimere il dolore. Chi è allora il cristiano per
Luigi Pareyson? Ecco di seguito la sua profondissima analisi:

«Si può considerare cristiano chi senza enfasi e con impassibile fortezza è capace di sopportare le durissime idee seguenti […] l’idea che segno e misura dell’esser cristiano è la continua disponibilità a soffrire per gli altri, anzi a volerlo fare, anzi a trovarvi soddisfazione, cioè sollievo alla propria colpevolezza e infelicità […] l’idea che proprio la sofferenza, e non un qualsiasi divertissement, è il rimedio contro la noia, il taedium vitae, la scontentezza, l’inquietudine, e anzi proprio il dolore può diventare sede della gioia». 


La caratteristica del dolore, allora, non sarà più solo redentiva. Il dolore ci rivela che tutta la realtà ha un cuore dolorante. Il dolore ci svela il segreto dell’essere: esso «è il senso della vita e l’anima dell’universo».
Il cuore di Dio è una croce e il pilastro su cui ha costruito l’universo è la croce, quindi il suo cuore, tutto il suo cuore, cioè suo figlio.

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