di Gabriele Rizza

La guerra è già nelle nostre case. Non in forma di bombe e proiettili, ma nel linguaggio, nel travisamento di ragionamenti, nella provocazione, nella manipolazione della storia, della censura, nella polarizzazione tra bene e male, nell’azzeramento della discussione. Siamo già entrati nella partigianeria, non siamo più per la pace, altrimenti sarebbe andato diversamente la querelle legata al Professore Alessandro Orsini. Infatti, la prestigiosa Università di Roma legata a Confindustria, la LUISS, ha comunicato la chiusura dell’osservatorio per la sicurezza internazionale guidata dal sociologo Alessandro Orsini, al centro delle polemiche già da un paio di mesi per le sue posizioni sul conflitto russo – ucraino espresse a partire da una puntata di Piazza Pulita su La7. La Luiss fa sapere che non si tratta di una scelta politica ma di carenza di fondi, in quanto l’ENI non ha rinnovato la partnership al progetto Sicurezza nazionale. In tempi di pace sarebbe suonata come uno dei tanti giochi accademici legati a finanziamenti dei progetti, ma in tempi di guerra, fisica e mediatica, la chiusura del progetto del Professor Orsini arriva pochi giorni dopo le sue dichiarazioni ad Accordi&disaccordi sulle responsabilità della seconda guerra mondiale. Orsini, cercando di spiegare i meccanismi costanti e storici che portano alla violenza politica, ha dichiarato che Hitler non voleva far scoppiare la guerra invadendo la Polonia, ma che i meccanismi di alleanze simili a quella della NATO ne hanno portato allo scoppio, senza che il dittatore volesse in quel momento far guerra a Francia e Inghilterra. A seguito di questa dichiarazione, discutibile in alcuni punti ma storicamente valida poiché ormai accreditata tra la più prestigiosa storiografia accademica, politici e giornali come il Corriere della Sera e Repubblica hanno accusato Alessandro Orsini di filo – putinismo, se non filo – fascismo.
I risvolti di questa piccola vicenda, piccola perché il destino di Orsini resta un semplice fatto di cronaca, sono però indicativi. È finito  il tempo della libera circolazione delle idee, addirittura delle posizioni scientifiche, come in ogni guerra, si arrampica il conformismo come edera sui muri. La posizione storiografica del professore si dovrebbe attaccare con argomentazioni, non con l’accusa di collaborazionismo russo. Non ce ne accorgiamo, presi dalle tristi immagini sul fronte, ma la prima forma di pace resta sempre la libertà, non per Orsini in sé, ma per il ruolo di docente universitario che ricopre.
I risvolti di questa piccola vicenda, piccola perché il destino di Orsini resta un semplice fatto di cronaca, sono però indicativi. È finito il tempo della libera circolazione delle idee, addirittura delle posizioni scientifiche, come in ogni guerra, si arrampica il conformismo come edera sui muri. La posizione storiografica del professore si dovrebbe attaccare con argomentazioni, non con l’accusa di collaborazionismo russo. Non ce ne accorgiamo, presi dalle tristi immagini sul fronte, ma la prima forma di pace resta sempre la libertà, non per Orsini in sé, ma per il ruolo di docente universitario che ricopre. Ricordiamo in male il fascismo per l’obbligo di tesseramento al Partito fascista dei docenti universitari, ma poi non ci indigniamo quanto un’Università prestigiosa ammonisce un suo docente per il solo fatto di aver dichiarato che “l’espansione della Nato ad est è una delle cause del conflitto”. Se fascismo è privazione della libertà e propaganda, allora è fascismo anche l’astio verso il Professore Orsini da parte della stampa e della politica. Sarebbe legittimo e bello contrastare con la storia e l’argomentazione, offrire ai cittadini punti vista e spunti, diventa però anti- democratico e partigiano – inteso come essere di parte, accusare e ridicolizzare. Non è questa la democrazia, non è questo l’agire di un Paese che chiede la pace. La prima forma di pace è nella libertà di pensiero, se la proibiamo diventiamo complici dei proiettili.