di Alessandro Giugni

Nell’episodio precedente di questa rubrica abbiamo intrapreso un percorso volto all’approfondimento della conoscenza del più iconico grande Maestro della fotografia del Secolo scorso, Henri Cartier-Bresson (clicca qui per leggere la prima parte di questo speciale).
Una delle domande che più frequentemente vengono poste quando si parla dell’Occhio del Secolo è: “Da dove proveniva tanta genialità, tanta estrosità e, al contempo, un rigore geometrico a livello compositivo?”. Per dare una risposta a un simile interrogativo è più che mai necessario approfondire la storia personale di questo straordinario fotografo.
Abbiamo già avuto modo di accennare all’origine del suo cognome, Cartier-Bresson, e alla storia che si cela dietro alla fusione di queste due famiglie. Abbiamo, altresì, evidenziato come, verso la metà del Secondo Impero, tale famiglia fosse divenuta una delle più ricche di Francia grazie all’avviamento di uno stabilimento industriale specializzato nella lavorazione del cotone. All’inizio del XX secolo la scritta: “Cartier-Bresson, fils et cotons ‘a la croix”, accompagnata dalle cifre C e B stilizzate, separate da una croce e disposte dentro un ovale bordato, poteva essere rinvenuta in quasi tutte le case francesi, costituendo essa il marchio apposto al di sopra delle più vendute matasse di filo da ricamo.
Henri, il maggiore di cinque figli, risultò fin dalla giovane età molto distante tanto dai canoni comportamentali della famiglia quanto dalle aspirazioni che il padre e il nonno nutrivano nei suoi confronti. Anticonformista nell’anima, non credente (al punto da ritenere che fosse stato l’uomo a inventare Dio e non il contrario), profondamente attratto dalla mitologia greca, facilmente irascibile, Henri si sentiva soffocare all’interno di una famiglia nella quale vi erano solo certezze e non vi era spazio alcuno per il dubbio. Suo nonno vedeva nella rabbia e nell’anticonformismo del nipote due oscuri presagi circa il suo destino: egli sarebbe divenuto senza alcun dubbio la pecora nera della famiglia. A peggiorare la reputazione di Henri all’interno del suo nucleo familiare fu la sua mediocrità negli studi: alla scuola di Fénelon, gli abati Berthier, Aubier e Pessin nulla poterono fare per stimolare un giovane che manifestamente rigettava la disciplina dell’insegnamento cattolico.
Il giovane Henri nutriva una profonda passione per un’unica materia: la pittura. Fu suo zio Louis, che come lui si era rifiutato di seguire la strada già tracciata per dedicarsi esclusivamente all’arte, ad iniziarlo al concetto di arte intesa come strumento di contemplazione della realtà dal proprio interno. All’età di sedici anni, Henri, notato per la sua totale devozione al mondo della pittura e del disegno, venne preso sotto la propria ala protettiva da Jacques-Émile Blanche, noto e, al contempo, misterioso pittore che fu allievo di Édouard Monet. Fu a Dieppe, presso l’atelier di Blanche, che Cartier-Bresson maturò la definitiva consapevolezza di voler dedicare la propria vita all’arte.
A rafforzare tale convinzione fu, poi, la conoscenza con il prefetto generale della scuola di Fénelon. Dopo l’ennesimo richiamo da parte degli abati preposti alla formazione di Henri a seguito della scoperta del suo interesse verso gli scritti del poeta simbolista Rimbaud, il prefetto dovette pubblicamente sgridare Bresson. In separata sede, però, il suo atteggiamento nei confronti del giovane anticonformista mutò radicalmente: “Potrai leggere nel mio ufficio…”, gli sussurrò all’orecchio. Grazie alla profonda complicità che nacque tra i due, Henri potette dedicarsi alla lettura di tutti quegli autori che le autorità fortemente sconsigliavano: Dostoevkij, Proust, Mallarmé, Joyce, lo stesso Rimbaud. Fu così che all’amore per la pittura si affiancò l’instancabile dedizione alla lettura.
Decisiva, infine, fu la scelta di Henri, all’età di diciannove anni, di entrare nell’académie Lothe, una delle più note e innovative accademie di Francia. André Lothe, oltre che fondatore di essa, era anche il maestro di pittura e di disegno. Cresciuto sotto l’egida e l’influenza di Gauguin, egli fu protagonista e testimone del secondo periodo del cubismo, noto come “cubismo sintetico”, nonché uno dei massimi esponenti del neoclassicismo, un riconoscimento quest’ultimo al quale egli non si abituò mai, preferendo ritenersi l’inventore del linguaggio plastico moderno. Ed è sotto la guida illuminata di Lothe che Cartier-Bresson entra in contatto per la prima volta con uno degli elementi che più d’ogni altro caratterizzerà la sua fotografia: la geometria. Fu nell’atelier di Lothe che Henri sentirà pronunciare la massima che egli, in seguito, trasformerà nel suo credo: “Qui non entra nessuno che non conosca la geometria”.
Appuntamento alla prossima settimana per il terzo episodio dello speciale dedicato a Henri Cartier-Bresson