di Alessandro Giugni

Scrivere di Henri Cartier-Bresson è forse uno dei più ardui compiti ai quali qualunque studioso di fotografia possa essere chiamato. Quando si traccia il ritratto di un grande Maestro è necessario porre la dovuta attenzione tanto nello spiegare adeguatamente il contesto storico nel quale egli ha operato quanto nell’individuare alcune fotografie tramite la descrizione delle quali si possa far comprendere al lettore-osservatore la poetica e la filosofia del suo autore. Se un’operazione di tal genere è già di per sé complessa, quando ci si trova a confrontarsi con colui il quale è stato soprannominato “l’occhio del secolo” essa diviene ancor più difficoltosa. Ecco perché per questo speciale ho deciso di adottare un approccio che differirà notevolmente da quello utilizzato nei precedenti episodi dedicati a dei Grandi Maestri.
Partiamo, dunque, da una domanda: cosa rieccheggiaimmediatamente nella mente di qualunque amante di fotografia quando viene chiesto di indicare l’autore che più di tutti ha saputo raccontare il Novecento? La risposta è semplice: il nome di Henri Cartier-Bresson. Il doppio cognome rifletteva la duplice origine della sua famiglia: da un lato vi erano i Cartier, un’antica famiglia di agricoltori che possedeva terreni fertili a nord di Roissy e che si era enormemente arricchita grazie alla regolare vendita di fieno per i cavalli di una nota famiglia di commercianti, i Bresson; dall’altro lato, appunto, vi erano i Bresson, una nota famiglia di Parigi dedita, dapprima, al commercio di filamenti di cotone arrotolato e creatrice, poi, del marchio di rocchetti di filo da cucito più noti di Francia. Il legame tra le due famiglie venne ufficializzato nel 1901 con l’unione dei cognomi, ma di fatto esso era divenuto una realtà già a partire dal XIX secolo, quando i Bresson iniziarono a delegare l’allevamento dei propri figli ai Cartier. Un’unione che fu consolidata da un primo matrimonio, avvenuto nella prima metà dell’Ottocento, tra le figlie di Antoine Bresson(il capostipite della famiglia) e i figli di Cartier. Verso la metà del Secondo Impero, la famiglia dei Cartier-Bressonera divenuta una delle più ricche di Francia grazie all’apertura di una fabbrica specializzata nella lavorazione del cotone.
Oggi, quando si sente pronunciare “Cartier-Bresson”, non si può che pensare al più grande fotografo del Secolo scorso. A seconda dell’ambiente che si frequenta, però, egli viene chiamato con diversi appellativi: i professionisti del settore utilizzano la sigla HCB; chi ha avuto la fortuna di conoscerlo parla semplicemente di “Henri”; coloro i quali hanno approfondito lo studio del personaggio sono soliti ricorrere a “En rit Ca-Bre”, l’appellativo surrealista col quale egli era solito realizzare le sue dediche più intime. In qualunque modo ci si riferisca a Bresson, ognuno ha maturato una propria idea e un proprio grado di conoscenza del personaggio grazie alla quale diviene in parte possibile comprendere la sua genialità.
Se si vuole comprendere la lirica di Cartier-Bresson, bisogna necessariamente abbandonare il concetto tradizionale di tempo e osservare le sue fotografie consci del fatto che stiamo parlando di un uomo che, forse più di ogni altro, ha saputo seguire il suo istinto, la sua musica interiore, un uomo per il quale il calendario dei fatti non ha coinciso con quello delle emozioni. Un uomo che, per sua stessa ammissione, ha trascorso la vita non “viaggiando”, bensì “vivendo” lontano dal suo Paese d’origine senza chiedersi se e quando vi avrebbe fatto ritorno. Una visione del mondo, quella di Bresson, che riflette una delle massime del poeta e pittore Auguste Rodin: «Ciò che si fa con il tempo, il tempo lo rispetta».
Henri Cartier-Bresson, con gli scatti della sua Leica, ci ha lasciato un importante insegnamento: conta solo vivere il momento perché la vita è immediata, essa è qui e ora, mentre il presente appartiene già al passato. Appuntamento alla prossima settimana per il secondo episodio di questo speciale dedicato a Henri Cartier-Bresson.