di Martina Grandori

Una coltivazione collaborativa nei confronti della natura, che favorisce uno sviluppo sano e omogeneo delle piante e che guarda concretamente al futuro più sostenibile di un settore che non solo è in crisi economica e logistica, ma che purtroppo consuma quantitativi di acqua pericolosi per la situazione di siccità globale. Un sistema certificato e all’avanguardia che punta al ripristino, miglioramento e potenziamento di quelle biodiversità locali che – complici i cambiamenti climatici e l’inquinamento – si stanno rapidamente perdendo. Di un futuro del cibo sostenibile se ne parla quotidianamente, è un tema caldo, la richiesta di prodotti agricoli è sempre in aumento e la produzione arranca.  Fra le virtù della coltivazione simbiotica, quelle di rendere più forti le colture, di produrre alimenti e mangimi più duraturi (non vanno a male poco dopo averli comprati) e con una più alta percentuale di antiossidanti e quindi di maggior qualità. Tutto parte dalla valorizzazione e quindi la simbiosi dei tre protagonisti della catena alimentare: terra, animali ed essere umano, per far sì che la terra sia “buona e sana e ricca di nutrienti”  bisogna che funghi e batteri e lieviti naturalmente presenti prolifichino favorendo così un biota mricrobico zeppo di microorganismi che colonizzano l’ambiente (in pochi grammi si possono trovare più di cento milioni di organismi), stimolando la biodiversità e l’attività microbica del suolo. Il terreno di contro andrà lavorato il meno possibile a favore della rotazioni delle colture, sostituite ormai da tempo dalle monocolture che lo impoveriscono e richiedono quindi l’ausilio di fertilizzanti chimici dannosi. Questo tipo di pratica agraria a basso impatto ambientale e conservativo, è un toccasana per la vitalità microbica dei suoli, le radici di queste colture sono oggettivamente più forti e robuste, trattengono naturalmente più Co2 a beneficio delle emissioni. Il motore di tutto è la micorriza, la simbiosi che avviene nel suolo tra determinati funghi e l’apparato radicale della pianta: uno scambio proficuo di nutrienti e flora batterica, che arricchisce di preziosi microelementi il terriccio, permettendo alle radici di crescere vigorose e avere piante dall’elevati valore nutrizionale, panacea anche per gli animali che si cibano di erbe. Ma chi è il padre dell’agricoltura simbiotica? È merito di Sergio Capaldo, veterinario cuneese,  attentissimo da sempre alla catena alimentare, diventato imprenditore con il Consorzio La Granda, se questa forma di agricoltura, molto recente, si è sviluppata. Assieme al Cnr di Pisa ha condotto studi e sperimentazioni, con Slow Food ha determinato la salvezza di specie autoctone di animali a rischio, che grazie ad una dieta a base di foraggio da coltivazione simbiotica sono rinate. Oggi i prodotti agroalimentari da coltivazione simbiotica hanno una Certificazione di Processo delle produzioni riconosciuta e dallo scorso aprile Eataly vende i primi prodotti di questa catena alimentare più attenta alla biodiversità e all’ambiante. Sugli scaffali sono arrivati i primi formaggi, le confetture, le insalate e le uova e persino gli hamburger con questa certificazione innovativa.