di Martina Grandori

La lotta alla plastica non conosce confini, anche nel dorato e sublime mondo della moda. Le campagne che incentivano ad un guardaroba più consapevole e sostenibile sono la quotidianità, a volte più green washing che sostanza, ma sicuramente anche gli stilisti stanno ricorrendo alla scienza per produrre collezioni con un impatto ambientale più ragionevole.

L’ultima trovata, che per certi versi ha anche un che di feticismo, è la fibra ottenuta dai capelli tagliati dal parrucchiere. Proprio così, i capelli tagliati via non diventano più parrucche, extension o toupet, ma un nuovo, super green, filato per confezionare gli abiti che si indossano quotidianamente. A brevettare questa scoperta una ragazza olandese, Zsofia Kollar, classe 1991, è partita dal presupposto che i capelli hanno un rapporto resistenza/peso paragonabile a quello dell’acciaio, dal fatto che l’industria della moda è il secondo inquinatore dopo l’industria petrolifera, che 100 milioni di alberi vengono abbattuti per produrre tessuti, che per produrre 1 chilo di cotone occorrono 10 mila litri d’acqua e che le acque tossiche delle fabbriche tessili vengono riversate senza tanti controlli nei fiumi. In Europa secondo Human Material Loop , la società fondata da Zsofia Kollar, ogni anno vengono raccolti 72 milioni di tonnellate di capelli, lei ha semplicemente avuto l’intuizione circolare di ridare una nuova vita a impatto zero a questo materiale di scarto dalla grande potenzialità. Solitamente i capelli finiscono nelle discariche e creano non pochi problemi ai sistemi di drenaggio, ci vogliono diversi anni perché i capelli umani si decompongano: essendo un biomateriale filamentoso costituito da circa l’80% di proteine di cheratina e la cheratina sopravvive a lungo, questo in pochi poi sanno. Raccogliendoli, si azzera il discorso tortuoso della coltivazione, sono cruelty free, non necessitano di trattamenti chimici inquinanti e dannosi per l’uomo (basta cuocerli al vapore) e per trasportarli dai parrucchieri ai centri di raccolta, avendo un peso specifico piuma, si possono utilizzare anche delle biciclette. 

“Trash is just raw material in the wrong place” (la spazzatura è solo materia prima nel posto sbagliato) è il claim stampato sull’etichetta scelto da Zsofia Kollar. Si tratta ancora di prototipi, pochissimi esemplari realizzati con i capelli raccolti in Olanda, il filato è stato ribattezzato “Dutch Blonde”.

Ma quali sono le caratteristiche di questa lana simile al mohair a base di capelli? “I capelli hanno un rapporto resistenza peso simile all’acciaio, hanno una quantità di cheratina simile alla lana e possono essere stressati e allungati fino al 70% della loro iniziale dimensione senza spezzarsi”, spiega l’imprenditrice green. Zsofia Kollar ci tiene a specificare anche un altro messaggio di circolarità ed etica. Tutti i capelli troppo corti per  la produzione vengono riutilizzati come fertilizzante naturale, fornendo azoto alle piante quando si decompongono, che i capelli raccolti sono privi di dna (quindi nessuno mai saprà a chi sono stati tagliati) e che all’origine si tratta di esemplari non indicati per la realizzazione delle parrucche, accessorio indispensabile per chi si sottopone alla chemioterapia. 

L’ispirazione di questo progetto guarda ala passato, quando si creavano corde corde fatte di capelli, era la normalità. Oggi sembra che ci siamo dimenticati che anche l’antica normalità era molto più rispettosa verso Madre Natura.