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sabato, 10 Dicembre, 2022

Dall’Italia che votava sotto le bombe, all’Italia delle vedove di Draghi

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di Gabriele Rizza

Non lo ammetteranno mai quelli dell’Italia “giusta”, quella che piace nei palazzi europei che contano e nelle redazioni delle famose riviste anglosassoni: così tanta ossessione, ammirazione e fiducia in un uomo solo non si vedeva dai tempi in cui al potere c’era chi aveva sempre ragione e la sua carica andava scritta in stampatello per folkloristica volontà del gerarca Achille Starace.    Per fortuna, ad oggi, nessuno si fa una giornata in gattabuia se sostiene che il premier uscente Mario Draghi ha sempre torto, ma possiamo spiegarci il clima messianico, di redenzione e salvezza che aleggia intorno alla sua figura nelle prime pagine dei giornali nazionali e internazionali a partire dalla conferenza stampa di Natale 2021. Non si ha memoria dell’ultima volta in cui, ad una conferenza stampa, il primo ministro si sia beccato calorosi applausi dai giornalisti, che per spirito di professionalità e sana distanza tra critica e potere dovrebbero trattare anche il
miglior primo ministro al pari dei precedenti, tecnici o politici che siano.
Non sorprenda dunque – e forse non sorprende per assuefazione dei fallimenti di chi ha preceduto Draghi – se andare al voto a settembre sembra una catastrofe senza precedenti per i famosi dossier aperti quali il caro energia, l’inflazione, l’Ucraina, Omicron 5. L’Italia è andata al voto quando i treni saltavano per aria e il terrorismo sparava alle gambe dei giornalisti, quando gli opposti estremismi agivano per rovesciare la democrazia, quando la crisi energetica imponeva sacrifici ben più pesanti, come la chiusura anticipata delle attività commerciali. Eppure gli italiani sono andati a votare, senza dubbi se il quando fosse giusto o sbagliato. Il problema del 2022 non sono i dossier che secondo il NYT “solo Mario Draghi può affrontare” per capacità superiori agli altri, il problema è che l’Italia degli anni settanta viveva una crisi sociale ed economica più profonda, ma il sistema politico non era al collasso, oggi, nel 2022, lo è. Pensate se il rapimento di Aldo Moro fosse successo oggi, tutti a pesare la propria posizione nei sondaggi. È al collasso perché non crede più in se stessa, non prendendosi più alcuna responsabilità con la scusa delle continue
emergenze, per far passare come necessario lo stato delle cose, prima il covid, poi la guerra, l’inflazione, l’energia, e chissà se a settembre di nuovo il covid per azzerare il dibattito in campagna elettorale. Al massimo esprime posizioni per non perdere posizioni nei sondaggi e mantenere posizioni di potere dopo le elezioni. Posizioni e posizioni. La soluzione non può pero essere un uomo, non può essere la nascente coalizione (forse dal PD a Renzi) che ha come grido di battaglia “agenda Draghi” senza Draghi, che nella pratica altro non è che un proseguo montiano più atlantista con qualche taglio di tasse in più e qualche legge arcobaleno, mentre culturalmente è il nuovo argine ai populismi perché il solo antifascismo non funziona più. E così la lotta al populismo la si fa senza popolo, la si fa con il curriculum di un uomo, il benestare dei leader europei, la simpatia dei giornali internazionali. Non la si fa in fabbrica e nelle scuole, non nel Paese reale ma nel Paese che conta.

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