di Martina Grandori

La pressione è altissima, Cina e India continueranno ad usare il carbone, i due Stati hanno parlato di «phasing-down», diminuzione, e non di eliminazione, non essendo un trattato internazionale, niente è legalmente vincolante, ossia non sono previste sanzioni per gli stati che non rispettano gli accordi. Nel linguaggio dell’Onu ogni parola ha il suo peso e quel «down» cade come un macigno sulla testa di Alok Sharma, presidente di Cop26, dell’Uttar Pradesh, profondamente dispiaciuto per come la mancata trasparenza dell’ultima fase di trattative negoziali e per le modifiche al testo volute dalla sua India, e, non dimentichiamo dalla Cina.  

Alla sua conclusione, il Patto climatico di Glasgow, così hanno ribattezzato la Dichiarazione finale, lascia poco il segno, deboli risultati a fronte di aspettative stellari, di fatto si impegna per mantenere inalterato l’innalzamento a 1,5° fino a fine secolo. Per chi è della fronda più calda, questo traguardo non è abbastanza, bisogna fare scelte più drastiche affinché ci sia un netto calo di emissioni di Co2. La Terra soffre, i tempi supplementari stanno finendo, e oggi sono i Paesi meno sviluppati quelli che pagano le conseguenze più alte: pur non essendo i responsabili ne subiscono in pieno gli effetti, che per molti sono ormai una questione di vita e di morte.

Un bilancio difficile e delicato da scrivere, per il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, «è un passo avanti, ma non abbastanza», per ong come Greenpeace od Oxfam impegnate in prima linea, si tratta di risultati fiochi. L’urgenza è altissima, l’accentuata sensibilità sulla questione ambientale da parte soprattutto di milioni di giovani di tutto il mondo, ispirati da Greta, alza la posta in gioco. E proprio Greta Thunberg attraverso Twitter dice: «attenzione allo tsunami di greenwashing e alla propaganda dei media. Un fallimento questa Cop, le giravolte della stampa per definire il tutto come un passo nella giusta direzione quando non lo è». Sicuramente è molto bla-bla-bla, ma bisogna anche soffermarsi su un aspetto connotante di questi giovani: l’impazienza, quell’insofferenza a sopportare. Quella furia tipica dell’adolescenza, l’età dei grandi ideali, delle battaglie furiose non contempla la mediazione. Non contempla quella via di mezzo che oggi è l’unica via di soluzione. A dirlo i capi di Stato, i falchi della finanza che sicuramente hanno aspettato troppo a lungo a intraprendere soluzioni più sostenibili, ma che dal canto loro sanno perfettamente che una transizione economica ha i suoi tempi. Lunghi.