di Angelo Portale

La visione specificatamente cristiana della vita è molto diversa da una visione puramente laica. Attenzione, non stiamo giudicando la visione laica, stiamo soltanto asserendo che la visione cristiana è diversa e, per questo, impone doveri e regala grazie diverse. Stiamo semplicemente dando a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.
Al centro della visione cristiana ci sono la morte e la risurrezione di Gesù. Il simbolo della croce è quindi molto paradigmatico per interpretare la vita secondo un’ottica illuminata dal Vangelo. E non solo la croce però, perché la vita di Gesù non si conclude con essa ma con la risurrezione.
Quando nel gergo comune usiamo la parola croce per riferirci alle difficoltà della vita, generalmente la sua accezione non è positiva: tutto ciò che è croce è male. Ora noi non vogliamo dire che il dolore è un bene, possiamo però, se sappiamo viverlo nel modo giusto, farne scaturire qualcosa di positivo, a nostro vantaggio per la nostra crescita spirituale.
San Paolo, nella Seconda Lettura di questa domenica afferma: «[…] ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori», Romani 5,4-5.
Possiamo tradure ‘vantiamo’ con ‘esultiamo’.
Di solito si esulta quando si è nella gioia, non quando si è nel dolore. Quel che dice Paolo può quindi sembrare abbastanza paradossale.
Si può forse gioire nel tormento? Sì, anche. Grazie alla fede si. Grazie alla fede in Cristo però. Perché secondo la fede cristiana «[…] tutto concorre al bene di coloro che amano Dio», anche il dolore. L’esultare di Paolo è quindi legato alle sofferenze subite e accettate per amore a Cristo. Paolo sta soffrendo per diffondere il Vangelo. Chi soffre a causa della sua generosità, onestà, bontà può, secondo il Vangelo, gioire. Può gioire perché il suo fine ultimo non è stare comodo nella vita ma servire Dio, servire il bene, la verità, il bello. Tutto il resto è quindi accessorio e sopportabile, fonte di pazienza. La virtù della pazienza è importantissima. La pazienza è una sorta di ‘saper-patire’, ‘saper-soffrire’. Saper soffrire non vuol dire sapersi recare delle sofferenze, che sarebbe stupido masochismo, ma saper stare nella sofferenza inevitabile, saper gestire la sofferenza quando non è possibile altro.
Che grande capacità saper vivere efficacemente la sofferenza! Saper trovare il modo di stare sereni anche nella tempesta, perché l’àncora della speranza è agganciata in Dio. E la speranza non è in questo caso che la tribolazione finisca il prima possibile (cosa che comunque non sarebbe illegittimo chiedere) ma qualcosa di più. È la speranza che in tutto possiamo trovare un significato sensato, rassicurante, lungimirante. Il cristiano non prega principalmente perché Dio gli tolga la croce ma perché abbia la forza e la lucidità per portarla in modo dignitoso e maturo. Grazie alla croce, quando c’è da portarla per forza, si possono apprendere molte cose, forse le più importanti, in modo particolare l’umiltà, la pazienza, l’empatia, la fiducia, la speranza, la fede … Insomma, in una parola, l’amore. Perché è il sacrificio che misura la qualità dell’amore in ogni rapporto umano. In fondo in fondo soffrire è poter offrire senza ricevere nulla in cambioEcco perché possiamo esultare nelle tribolazioni: esse ci insegnano e ci danno la possibilità di trovare, dentro di noi, risorse che quando tutto va bene non riusciamo a contattare. Il dolore ci permette di vincerci. È questa la vera felicità: sapersi vincere per essere capaci di donarsi sempre.