di Angelo Portale

«Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo», Lc 14,25-27.

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È la prima parte del Vangelo di questa domenica.
Potremmo pensare che le richieste di Gesù siano eccessivamente costose. Lo sono. Costano tutto, la vita stessa. Potremmo pensare che Gesù chieda il primato in amore. Lo chiede. Potremmo pensare che Gesù esiga una forma di assolutezza nel rapporto con lui. La esige. Potremmo pensare che questa sia una forma di crudele incomprensione verso noi, perché siamo umani, viviamo sulla terra, non possiamo fare a meno di certi affetti, di certi beni materiali, ecc. Potremmo pensarlo, anzi lo pensiamo (è inutile nasconderlo). Bene, siamo liberi di farlo, non ci castiga Dio per questo, ma stiamo equivocando. Non è inumana ferocia ma vera umanità, tenera fermezza, gelosa benignità verso di noi, solo per noi.
Non per crudeltà, quindi, Gesù dice quello che dice, né perché ha problemi affettivi irrisolti ci chiede di amarlo con cuore indiviso. Perché allora?
L’uomo non sa amare se non soltanto umanamente (quando ama), commettendo tanti sbagli e scontrandosi con tante fragilità, sue e degli altri. Cristo è venuto a portare e a farci conoscere un altro tipo d’amore, quello fecondato da Dio, di un livello più generoso, che dura di più, che apre le prospettive dell’eterno: l’unico amore che può incendiare il mondo d’amore. Noi non conosciamo questo tipo di amore. Noi non possiamo amare così senza il suo aiuto. La sua richiesta quindi è solo ed esclusivamente a vantaggio nostro. Amare con tutto il cuore, la mente, le forze, Dio, vuol dire amare poi in modo più sano, più generoso, gli altri e noi stessi.
Il discepolo è colui che impara (deriva da discere e vuol dire imparare). Se pensiamo di voler seguire Gesù in modo sincero, vuol dire che vogliamo imparare da lui. Ma cosa possiamo imparare da lui? Come si ama. Chi meglio di lui sa educarci a questo amore? E perché abbiamo bisogno di essere educati a questo amore? Per vivere bene, per far vivere bene chi ci sta accanto. E cosa vuol dire vivere bene? Vuol dire, saper portare la croce, che vuol dire saper amare. Ma se non sai amare non sai portare la croce, né quella tua, né aiutare un po’ chi ti sta accanto a portare come il Cireno la sua.
Se il nostro cuore dà il primato ad altro, ad altri, questi stessi non li saprà amare bene. Li amerà con aspettative, pretese, per bisogno. Nell’umanità non basta un amore soltanto umano. Esso può consolare, senz’altro, ma non è capace di salvare. È l’amore divinamente fecondato l’unico capace di salvare.
Gesù non fa che guardare i nostri interessi. Noi non sappiamo farlo, ci illudiamo, ci inganniamo, soffriamo e facciamo soffrire. La vera arte dell’amore la conosce solo Dio, perché Dio è amore. E cos’altro è, l’arte dell’amore, se non l’arte della vita? Amare è vivere, far vivere, essere vita. Vivere autenticamente è amare. Altro sarebbe, purtroppo, sopravvivenza. Ed infatti sopravviviamo, ogni volta che altro, altri, prendono nel nostro cuore il posto di Dio.
Per questo, non per altro, l’esigenza di Gesù è radicale: per amore, solo per amore, per amore a noi. È l’unione con lui che ci unisce veramente e in modo sano agli altri, a noi stessi, e anche ai beni materiali.
Rinunciare a tutto per seguirlo vuol dire andare dietro a lui (non davanti, indicando noi la strada che lui dovrebbe seguire) per acquisire e possedere una forma di pienezza, di equilibrio, di amore, in grado poi di accogliere tutto\tutti con responsabilità e vera leggerezza.