di Angelo Portale

Siamo nella seconda domenica del tempo ordinario. Mi soffermo su un termine della prima lettura, tratta da Isaia 62, che dice: «Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia, e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo».
La parola in questione è Abbandonata. Anche Gesù sulla croce l’ha usata: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato.
La ferita dell’abbandono è un trauma presente in ogni uomo e in ogni donna. Alcuni la soffrono in modo molto forte, altri meno, altri riescono a gestirla, ma in tutti è presente.
A mio avviso è una ferita necessaria, indispensabile per l’evoluzione della nostra anima. È una lacerazioneche squarcia il velo delle illusioni che ci facciamo su noi stessi e ci svela a che punto siamo, chi siamo.
Perché ci sentiamo abbandonati? Quando ci sentiamo abbandonati? Da chi ci sentiamo abbandonati? Cosa sentiamo quando ci sentiamo abbandonati?
In questi momenti viene più spontaneo, invece che “sentirsi” accogliendo in toto lo stato d’animo, mediante una saggia immersione in esso, restandoci a bagnomaria per un po’, non per affogarci e morire ma per esplorarlo, conoscerlo, guarirlo, – ci viene più spontaneo, dicevo fuggire, lamentarci, fare le vittime, elemosinare affetto agli altri.
Alle domande che ho poc’anzi formulato non possiamo sfuggire se vogliamo appartenerci, se vogliamo crescere, se non vogliamo naufragare nella ferita dell’abbandono, se finalmente ci siamo scocciati di essere troppo dipendenti dalle attenzioni degli altri. Questa ferita ha il compito provvidenziale di insegnarci l’amore e la cura per noi stessi. Nessuna attenzione degli altri può saziarci se innanzitutto noi stessi non prestiamo attenzione a noi stessi, ascoltando con accoglienza quello che sentiamo. Questo ascolto possiamo farlo solo quando la ferita emerge, solo quando ci sentiamo abbandonati. Ci sentiamo abbandonati è vero perché chi in un modo e chi in un altro da piccolo l’ha subito, ma da adulti ci risentiamo abbandonati perché siamo noi che abbiamo abbandonato noi stessi, perché siamo noi che ancora non sappiamo stare con noi stessi, con noi stessi quando ci sentiamo soli. Solo stando con noi possiamo guarire in profondità la solitudine dei momenti di solitudine. È questo “contatto” che ci guarisce.
Nei momenti in cui ci sentiamo abbandonati non dobbiamo abbandonarci. Dobbiamo stare in contatto con noi e attraversarci. Dobbiamo stare col sentimento in questione e attraversarlo. Bisogna starci e sentire fino in fondo quest’esperienza. Questo tempo di ascolto è il tempo che cura e sana e mostra che nessuna ferita, quando esplorata, può distruggerci. La ferita dell’abbandono è l’occasione per affiancarci a noi stessi una volta per tutte e diventare primi compagni di viaggio della nostra vita. È l’occasione per capire una volta per tutte cosa significa prenderci cura di noi. È l’occasione per diventare capaci una volta per tutte di prenderci realmente cura anche degli altri.
Non abbandonarti più allora, quando ti senti abbandonata. Non abbandonarti più allora, quando ti abbandoneranno. Accostati a te stessa è sta’ con te. Avvicinati senza paura a te stesso e diventerai veramentecoraggioso. Se vuoi guarire dalla ferita dell’abbandono non abbandonare la tua ferita di abbandono. Proprio dentro quella ferità incontrerai te stessa, finalmente ti troverai, finalmente ti apparterrai, e troverai anche Dio e il suo sostegno, quello vero. In questo modo ti sentirai tua gioia e gioia di Dio innanzitutto, e potrai essere gioia e non zavorra, non impiccio, non strozzino della gioia degli altri. Sarai tua gioia se saprai stare in te nel dolore. Vedrai la più misteriosa alchimia dentro il tuo cuore: la trasformazione del dolore in amore. Si, in amore, perché chi ha esplorato e trasformato il suo dolore, diventa incapace di non amare.
Non serve darsi spiegazioni, né serve raccontarsi storie, farsi e rifarsi continuamente autonarrazioni ogni volta diverse, che altro non sono se non rimuginìo mentale che aumenta il dolore. Bisogna incontrarsi, darsi alla luce. Essere stati abbandonati serve a rinascere consapevolmente. Non accusare nessuno quindi, non lamentarti, non fare la vittima: partorisciti nuovamente, partorisciti svegliato!
Non è il contatto col dolore che ci distrugge ma la narrazione che di esso ci facciamo, la narrazione che di noi dentro di esso ci facciamo. «La fine di ogni sofferenza avviene nel contatto con essa». La guarigione dalla ferita dell’abbandono avviene nel contatto con la solitudine più radicale.
Lì incontrerai finalmente e veramente te stessa e non ti sarai più estranea, e non ti sentirai più abbandonata come ora.