di Angelo Portale

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Secondo il filosofo Luigi Pareyson si può affermare con molta certezza che entrambe le libertà sono illimitate; logicamente diverse in potenza e in effetto, ma illimitate nell’intensità. L’illimitatezza della libertà di Dio sta nel potere di originare se stesso, in quello di creare il mondo e in quello di contenere in sé la possibilità del male. Quella dell’uomo sta nel potere di obbedire a Dio o in quello di disobbedirgli e, mettendo in questione la sua opera, di sconvolgere il mondo. È vero che, a differenza dell’uomo, Dio è autore non solo dei propri atti, ma anche della propria libertà, mentre l’uomo è autore solo dei propria atti. Ma, anche se ciò può sembrare altamente drammatico, perché Dio si espone al giudizio umano correndo il rischio della libertà, è da affermare anche per essa l’illimitatezza: «Dunque, illimitatezza della libertà umana, illimitatezza della libertà originaria, e soprattutto indivisibilità delle due». Abbiamo già più volte ribadito che il primo atto di libertà divina è stata la sua autogenesi, atto che porta con sé due caratteri fondamentali: imprevedibilità, irrevocabilità. In questo atto di libertà coincidono sia la sua esistenza, sia la sua essenza. Cioè: Dio è stato libero non solo di originarsi, ma anche di darsi quell’essenza che si è dato. Egli non è pre-determinato da una essenza divina; l’essenza divina se l’è data Egli stesso.
Bisogna quindi rigettare ogni idea di Dio come essere necessario che doveva essere, perché è Dio. Dio poteva anche non essere o essere diverso da com’è. Concepito in quel modo, infatti, sarebbe una realtà inerte e cieca non degna del Dio vivente biblico. In Dio non c’è nessuna necessità anteriore alla sua esistenza o alla sua essenza, la necessità in Dio è solo posteriore alla sua esistenza: «[…] in Dio la necessità sarebbe posteriore alla sua esistenza, ed è la sua irreversibilità, la sua irrevocabilità, cioè l’irrevocabilità di questo fatto eterno che Dio si è autooriginato, e quindi esiste. Non è perché dev’essere, ma dev’essere perché è; quindi anzitutto è, e semmai non può più non essere, perché ormai è […]».

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