di Martina Grandori

Che la moda cerchi di guardare alla sostenibilità è un dato di fatto, la lotta agli sprechi e la circolarità sono diventati il campo d’indagine per uffici stile e giovani imprenditori, le start-up di marchi con bandiera verde, attentissimi a cercare di impattare il meno possibile sull’ambiente sono un esercito, il futuro sta tutto nel riciclo. Reinventare, riadattare, dar nuova vita a favore della sostenibilità: profitto, finalità sociale ed ecologica ed equità sociale vanno in un’unica direzione, quella della circolarità.

In Francia con l’entrata in vigore della legge Agec (legge antispreco per un’economia circolare) il 31 dicembre, verrà vietata la distruzione dell’invenduto, il settore della moda comincia a riorganizzarsi e trasformarsi. Il Gruppo LVMH ha già in attivo da aprile “Nona Source”, piattaforma di rivendita online di tessuti e pelli provenienti dagli stock inutilizzati delle sue case di moda, e nel contempo il Gruppo francese annuncia una partnership con Weturn, start-up sua connazionale che trasforma vecchi materiali tessili in nuovi filati di qualità. In Italia gli ultimi dati di febbraio 20201 riportano uno stringato 1% come percentuale delle start-up ad avere obiettivi in linea con quelli dell’Agenda 2030: si tratta di 130 realtà su 13.473 totali. Poi ci sono però piccole realtà in crescita come Atotus che fanno ben sperare. Un nuovo progetto di economia circolare che mette al centro il consumatore finale, il Tipper. È infatti il cliente che portando in negozio (per ora solo a Vezzano, paesino nella Valle dei Laghi vicino a Trento) indumenti in disuso compie il primo passo verso la circolarità, un coinvolgimento di più attori nella scena, da qui il nome Atotus che in dialetto sardo significa “a tutti” connette tutti gli attori della filiera tessile mettendo al centro del processo il consumatore finale, il tipper. Atotus, infatti, significa “a tutti”, lo scopo è coinvolgere proprio tutti nella rigenerazione di abbigliamento e tessuti (solo fibre naturali) tutelando l’ambiente e, allo stesso tempo, sostenendo il Made in Italy e l’artigianato del territorio. Fin qui la formula segue strade già percorse da molti, in primis dai colossi del fast fashion che in questo senso fanno campagne marketing piuttosto incisive. L’originalità della start-up è proprio qui: i capi portati dai tipper vengono direttamente passati ai filatori, che ne ricavano filato vergine da passare poi ai tessitori, e in fine ai produttori, che ne li trasformano in indumenti e accessori. In cambio della cessione degli indumenti, dei tips, ossia una mancia, ossia un buono in moneta virtuale per fare poi acquisti in negozio. Esempio azzeccassimo di economia circolare, un circuito all’insegna della rigenerazione dei capi attraverso la loro trasformazione in materia prima, poi seconda e infine la creazione di nuovo abito rigenerato, sostenibile. E una grande soddisfazione, da vedere, da toccare, da rindossare.