di Gabriele Rizza

È iniziato finalmente il countdown per la scelta del futuro Presidente della Repubblica, tema che ha monopolizzato, insieme al Covid, le recenti prime pagine dei giornali. Per settimane si è parlato delle aspirazioni quirinalizie di Mario Draghi contro la realtà dei chiodi piantati alla sedia dal consenso  internazionale (vedesi The Econimist) con il sorriso sornione di chi vuole giocare più carte in questa partita, e averla vinta anche a questo giro, con un Presidente più vicino culturalmente, parliamo del PD – in generale della sinistra italiana – che da sempre ha avuto il pallino del gioco per delle congiunzioni astrali parlamentari: la legislatura che elegge ogni sette anni il Presidente è sempre stata per composizione e numeri sempre più favorevole al centrosinistra, che sia Pds o PD, Romano Prodi o Matteo Renzi.
Il centrodestra ha sempre inciso poco nella scelta finale, quella degli scrutini che contano, dovendosi piegare a nomi graditi alla controparte politica. Anche quando Silvio Berlusconi propose il nome di Franco Marini – uomo non certamente di destra – ci andò vicino, ma perse.
Certo, a guardare la carriera del Cavaliere, le sue sconfitte politiche non sono mai state delle vere sconfitte, tanto che ha il primato di essere l’unico politico italiano della seconda Repubblica a non aver mai ricevuto l’appello di trombato. E che il centrodestra sia oggi raccolto intorno al suo nome come prossimo inquilino del Quirinale fa sembrare così poco il tempo che è passato dal 1994, anno della sua discesa in campo, ad oggi. Quasi 28 anni. Un nato in quell’anno, 1994, oggi ha completato i suoi studi e a sia avvia alla carriera professionale, e magari progetta di comprare casa con il/la partner. Eppure Silvio Berlusconi è ancora lì, divisivo quanto sorprendente, come sempre. I maliziosi dicono che sia ormai solo un nome e non più un politico, come se avesse concesso in licenza l’utilizzo del suo nome ai suoi fedelissimi, ma anche così fosse, è proprio questa l’unicità del Cavaliere nella storia d’Italia: una scatola piena di sassolini che fa rumore quando la si agita, non per un ricordo del passato, ma per la sua attualità.
Non sarà mai Presidente della Repubblica, chiaro. Ma la strategia di Silvio Berlusconi è vincente per almeno due motivi interconnessi: la sua candidatura ha scosso l’opinione pubblica, fatto discutere, provocato dialettica sul suo nome nei partiti avversari e ha compattato il centrodestra, in parte ha anche riappacificato l’Italia con la sua storia (e forse il vuoto politico delle nuove leve in politica ha fatto la sua parte) e questo successo culturale e mediatico varrà molto dopo il suo passo indietro. Metterà il centrodestra in una posizione un po’ più forte nelle trattative, specie con Enrico Letta, segretario del PD, che avuto nel 2013 l’opportunità di sedere a Palazzo Chigi proprio per l’appoggio del Cavaliere. Facendo di necessità virtù, realista come pochi, Silvio Berlusconi gioca una partita che non vincerà ma che neppure perderà.