di Susanna Russo

Nato nel 1970, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università La Sapienza di Roma.
Dopo un’importante parentesi nel Partito Radicale Italiano, a 25 anni, a seguito della discesa in campo di Silvio Berlusconi, fonda insieme ad altri studenti il movimento giovanile di Forza Italia, del quale diventa coordinatore universitario regionale e poi coordinatore di Roma.
Liberale, liberista e libertario da 30 anni conduce battaglie, formula proposte e organizza eventi per l’affermazione delle libertà economiche e i diritti dei contribuenti in Italia.
Attualmente è un Broker Immobiliare, appassionato di politica, economia e ambiente.
Già consigliere regionale del Lazio, è fondatore di SOS partita IVA. Il 15 febbraio 2020 è stato eletto Presidente di Liberisti Italiani dal comitato dei fondatori.
Nella sua lunga attività politica ed editoriale ha scritto numerosi articoli per diverse testate. Attualmente i suoi editoriali vengono pubblicati dal quotidiano Libero.
È candidato sindaco alle prossime Amministrative di Roma.

Di cosa ha bisogno Roma adesso?

«Di un sindaco liberale, liberista e coraggioso, che sappia interrompere la gestione di servizi affidata a società di proprietà del comune che sono in collasso.»

Nel corso di un intervento presso l’Ordine degli Avvocati ha dichiarato: “non è un caso che voi – che siete i custodi del diritto – abbiate organizzato un evento che vede la partecipazione di tutti i candidati”. Vogliamo parlare di chi non prende in considerazione la sua candidatura? Si sente in qualche modo estromesso?

«Assolutamente sì. Noi abbiamo assistito ad un anno di campagna elettorale gratuita di Carlo Calenda, senza che avesse alcun partito politico forte alla spalle. Una campagna elettorale durata un anno, assolutamente ingiustificata, nulla di personale, ma questo rappresenta un vulnus della democrazia italiana.
Successivamente sono subentrati i 3 esponenti dei partiti dominanti e a quel punto si è chiusa la cerchia, ben prima che venissero presentate tutte le altre candidature. Per mezzo dei sondaggi, dei talk, della grande stampa, e di tutti i mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione, è stata proposta agli italiani, e ai romani, una competizione a 4, silenziando ed oscurando qualsiasi altra candidatura. Noi che siamo stati i primi a candidarci a Roma, con fatica siamo riusciti a far sentire la nostra voce, ma posso garantire che sto provando sulla mia pelle le conseguenze della totale assenza di libertà di stampa che vige nel nostro Paese.»

Ha inoltre dichiarato: “molto chiacchiere e nessuna digitalizzazione”, è questa, a suo parere, una delle principali carenze dell’Amministrazione uscente. Come intendete sopperire a questa mancanza?

«L’Amministrazione deve occuparsi delle necessità dei cittadini, mentre Roma si occupa di gestire società autoreferenziali. Roma si occupa di pesce, ortaggi, assicurazioni, farmacie e di altre cose che non servono a niente e a nessuno, se non ad alimentare clientele politiche. Quando invece si parla di digitalizzazione, Roma è bloccata, occorrono decine di giorni, mesi, questo è allucinante e va interrotto, riportando la politica amministrativa al suo ruolo, quello di servizio ai cittadini e non quello di imprenditore, perché la politica non deve fare impresa, cosa che invece ha avuto la presunzione di fare non solo a Roma, ma in tutta Italia. Noi siamo ostaggio dei custodi dell’ideologia dello Stato Imprenditore.»

Possiamo quindi dire che ormai non vi riconosciate più neanche nei valori di Forza Italia?

«Io personalmente in quel partito ho militato, ma quel partito non può più rappresentarmi. È ormai troppo tardi per evocare la rivoluzione liberale, le cose andavano fatte e non sono state fatte. In ambito economico quel partito ha sempre preferito dei socialisti, quali Tremonti e Brunetta. Vedere oggi ministri di quel partito, andare al Governo, come ho visto fare dalla Carfagna, o da Brunetta, per fare nuove infornate di statali, a me fa rabbrividire. C’è bisogno di uno Stato meno pletorico, di tagliare e non di appesantire ulteriormente una macchina che oggi costa il 70% del Pil, una spesa pubblica di fronte alla quale nessun Paese sarebbe in grado di progredire economicamente. Oggi chiunque parli di assunzioni nel reparto pubblico-statale e delle assunzioni a chiamata diretta nelle società municipalizzate, o non capisce nulla di economia, o non si rende conto delle condizioni del Paese, oppure è un nostro avversario, un socialista, uno statalista.»

Perché, secondo lei, coloro che si sono sempre definiti liberali, sembrano non aver più interesse a privatizzare?

«Intanto un conto è privatizzare e un conto è liberalizzare, in Italia si è fatta anche questa mistificazione, per cui si è falsamente fatto pensare agli italiani che la concessione di pezzi di Stato alle solite famiglie italiane fosse una liberalizzazione, in realtà quello è capitalismo clientelare, frutto dello statalismo più spinto e non c’entra nulla né con le liberalizzazioni, né con il liberismo economico, è l’esatto contrario. Oggi la degenerazione statalista, che ha voluto fare le privatizzazioni con i soldi pubblici e a beneficio delle solite famiglie, con finanziamenti pubblici a ripetizione, è stata fatta passare come una liberalizzazione. Pensate a come è stato deformato il messaggio liberale e liberista, che, nella sua forma autentica, sarebbe invece necessario in Italia.»

Sul vostro logo una fiamma a simboleggiare la libertà. In questo contesto politico, cos’è per lei la libertà?

«La libertà è innanzitutto quella economica. La libertà di poter dire ad un figlio, che nasce e studia in Italia, che per lavorare non deve andare all’estero, ma deve pensare a produrre qui. La pandemia ha tra l’altro portato all’inasprimento della coercizione statale nei confronti dei cittadini e dove c’è questo tipo di coercizione, si annidano volontà totalitarie, e comunque oppressive della libertà. La pandemia ha messo a nudo la vera disuguaglianza che c’è oggi in Italia, che non è quella di cui parlano i sindacalisti alla Landini, ma è tra chi produce, il mondo privato ed i suoi collaboratori, e un mondo dorato di persone a cui la pandemia non è costata un centesimo. Quindi stiamo parlando di dipendenti del privato, con cassa integrazione al 50%, vs dipendenti pubblici e parastatali, che non hanno perso neanche un centesimo del loro stipendio e spesso godono condizioni di lavoro anche migliori, esercitando da casa ad esempio, a discapito dei cittadini per cui lo smart working ha rappresentato un disservizio. Non ho nulla di personale contro i dipendenti pubblici, ma un Paese che mortifica e opprime in questo modo i ceti produttivi, è un Paese destinato a saltare per aria. Se il governo Draghi non premerà l’acceleratore sulla grande riforma fiscale, evocata da Berlusconi fin dal ’94 e poi mai realizzata, se non riduciamo la pressione fiscale sotto la media OCSE, questo Paese rischia di risvegliarsi in default.»