di Alessandro Giugni

Domenica 12 dicembre Regione Lombardia ha ufficialmente aperto le prenotazioni per la somministrazione dei vaccini contro il Covid-19 ai bambini di età compresa tra i 5 e gli 11 anni. A stupire la Regione stessa, in primis, e gli analisti, in secundis, è stato il dato delle prenotazioni registrate dopo 48h: solo il 5,6% della platea interezzata ha aderito a questa ulteriore estensione della campagna vaccinale. In altre Regioni, come Piemonte e Toscana, il dato è ancora più basso, aggirandosi intorno al 4% circa. E mentre dagli scranni della politica iniziano a levarsi le prime voci di accusa contro i cosiddetti “genitori irresponsabili” (e non vi è dubbio, data l’esperienza maturata negli ultimi due anni, circa il fatto che presto o tardi qualcuno parlerà della “necessità di prorogare lo stato di emergenza a causa dei dati di adesione alla campagna vaccinale troppo bassa”), nella presente sede si ritiene più che mai opportuno offrire ai lettori una serie di dati utili – e che la stampa mainstream difficilmente diffonderà – a valutare l’opportunità o meno di procedere, allo stato attuale, alla vaccinazione dei propri figli.
In primo luogo, il 25 novembre 2021 l’EMA ha autorizzato l’estensione dell’uso del vaccino BioNTech-Pfizer ai bambini dai 5 agli 11 anni (clicca qui per leggere il documento integrale). Pochi giorni dopo, il 1° dicembre, anche AIFA, con il comunicato n. 647, ha dato medesima disposizione. Leggendo il testo del comunicato (clicca qui per la versione integrale), però, emerge un primo, rilevante, dubbio. Nelle motivazioni che sono state determinanti per l’approvazione, infatti, è riportato quanto segue: «il CTS sottolinea che “la vaccinazione comporta benefici quali la possibilità di frequentare la scuola e condurre una vita sociale connotata da elementi ricreativi ed educativi che sono particolarmente importanti per lo sviluppo psichico e della personalità in questa fascia di età». Una domanda sorge spontanea: com’è possibile che un ente con competenza relativa all’attività regolatoria dei farmaci nel nostro Paese – e che, dunque, dovrebbe limitarsi a fornire pareri di natura scientifica – qualifichi come “beneficio” di un farmaco il fatto che, conseguentemente alla somministrazione di esso, si potrà godere di quelli che a tutti gli effetti sono diritti primari dell’infanzia, quali, nello specifico, il poter frequentare la scuola e il poter svolgere attività ricreative?
In secondo luogo, si ritiene più che mai opportuno prendere in considerazione quali siano davvero i rischi che i bambini tra i 5 e gli 11 anni realmente corrono nel caso di contrazione del Covid-19. Per una corretta analisi, si prenda in considerazione il Bollettino Nazionale rilasciato dall’Istituto Superiore di Sanità in data 1° dicembre 2021. Come si può evincere dalla Tabella n. 2 a pagina 12 (clicca qui per il documento integrale), dall’inizio dell’epidemia al 1° dicembre sono stati registrati 9 decessi nella fascia 6-11 anni. La mortalità di codesta fascia d’età, dunque, si attesta sullo 0,006% (dato il numero di morti complessivamente registrato, pari a 135.000). Inoltre, alcuni studi condotti negli USA (clicca qui per leggerli) e in Germania (clicca qui per leggerli) attestano come sia estremamente raro che i bambini vengano colpiti dalla Sindrome infiammatoria multisistemica (MIS-C): si parla di 3,6 bambini ogni 10.000 negli USA e 1,7 bambini ogni 10.000 in Germania.
In terzo luogo, ad assumere particolare rilevanza sono gli studi condotti da Pfizer al fine di ottenere l’autorizzazione alla somministrazione del farmaco a coloro i quali rientrano nella fascia di età 5-11 anni. Come si può apprendere dai report pubblicati sul The New England Journal of Medicine (clicca qui per il report integrale), la seconda fase degli studi condotti dall’azienda farmaceutica ha coinvolto 2268 bambini e si è svolta per un periodo di soli due mesi e mezzo. Risulta evidente come tale studio clinico sia stato eccessivamente breve e abbia coinvolto troppe poche persone per poter valutare adeguatamente quali siano i rischi di lungo termine. Non solo. Come ammesso dalla stessa BioNTech, sono totalmente assenti studi sulla cancerogenicità.
Da ultimo, come si apprende tanto dagli studi registrativi (clicca qui per leggerli) quanto dai pochi esempi di sorveglianza attiva svolti (clicca qui per la versione integrale), i rischi della vaccinazione in età pediatrica superano di gran lunga i benefici salvo rarissime eccezioni. A titolo di esempio, nell’11% dei 12-17enni ai quali è stata somministrata la prima dose e nel 27% della medesima platea alla quale è stata somministrata la seconda dose sono state registrate reazioni avverse estremamente severe (clicca qui per la versione integrale di questo studio).