di Gabriele Rizza

Monumenti illuminati di giallo e di blu, fiaccolate, manifestazioni, hashtag di preghiere laiche, liberal o cattoliche, sentite o semplicemente cool. Ciascuno a suo modo, tutti i popoli del cosiddetto Occidente abbracciano i disgraziati ucraini aggrediti dal potente orso russo alle porte della civiltà liberale e democratica. Questa guerra che appare agli europei più guerra delle altre perché ai propri confini, ha portato il ricordo tempi bui delle due guerre mondiali, il desiderio del ripudio delle armi, la militanzacon fiori, candele, colori e sanzioni per la pace. Entriamo così nei meandri della psicologia politica e sociale degli europei, perché il vecchio continente, a due passi, combatte guerre da circa un ventennio. Dalla Libia alla Siria, passando per i colpi di Stato e le primavere arabe lungo tutta la costa nordafricana, ciò vale ancor più per l’Italia, perché la Libia è addirittura al confine. Senza dimenticare l’Afghanistan del 2001 e l’Iraq del 2003. Guerre devastanti, bombardamenti sui civili, sulle scuole e le case, medicinali introvabili; tutto questo all’epoca non ha sdegnato l’occidente come lo sdegnano adesso le azioni del Cremlino. I notiziari, gli opinionisti e tutti coloro che contano nell’informazione riportano la notizia di ogni singolo caduto ucraino civile o militare con dolore e commozione, con il lutto partecipato che mai è stato rivolto ai caduti delle altre guerre. Eppure la guerra in Afghanistan ha causato tra i 172 mila e i 230 mila morti, in Iraq più di centomila, e sono facilmente reperibili sul web le immagini di Kabul o Baghdad dopo i bombardamenti, dopo le bombe sganciate sui obiettivi civili proprio dall’Occidente. L’ipocrisia pacifista occidentale è pacifista finché la guerra non bussa alle nostre porte fisiche e culturali, divide il mondo tra i morti che contano e quelli che non contano, lo sport e lo spettacolo si inginocchiano contro il razzismo negli Stati Uniti, ma non per un bambino afgano ucciso dai proiettili occidentali.
In fondo, non siamo contro la guerra, siamo solo contro alcune guerre, sosteniamo giustamente l’Ucraina aggredita, ma non abbiamo mosso un dito, una preghiera o un pensiero contro gli interventi della NATO in Medio Oriente e in Libia nonostante fossero condannati dall’ONU. Ci facciamo andar bene, o al massimo digeriamo, alcune guerre se il movente coincide con la nostra morale, le chiamiamo guerre umanitarie o missioni di pace per sentirci meno in colpa quando le teste mozzate di donne, uomini e bambini volano dagli edifici dopo una bomba sganciata. Dov’era questo gran numero di pacifisti quando nel 1999 gli Stati Uniti sganciarono bombe sull’Europa colpendo Belgrado? Perché la Serbia è Europa, ma era dalla parte dei cattivi. Si dirà che gran parte dei Paesi attaccati erano in mano a dei despoti, a dittatori e privi di democrazia, cose che rendono la guerra necessaria, ma l’inganno sta proprio qui: non leggerete mai il Corriere della Sera ammettere che le armi chimiche di Saddam Hussein fossero solo una bufala per giustificare l’intervento militare, ma troverete con facilità sul suo profilo Instagram l’hashtag #PutinHitler.
Rovesciamo, come giocando a guardie e ladri, il significato di oppressore e di oppresso. Se l’oppresso non risponde ai canoni ideologici occidentali diventa un terrorista, come nel caso dei palestinesi o dall’attacco franco – britannico in Libia. Nel 2011 nessun quotidiano titolava: “L’Europa viola l’integrità territoriale di uno Stato sovrano”, piuttosto liberava il popolo libico. Non sono le azioni in sé a farci buoni o cattivi ma chi le fa e da che parte si sta, il concetto di difesa e attacco è malleabile come lo è un romanzo in corso di scrittura. Diciamo pure da che parte stiamo. Non diciamoci pacifisti e contro l’uso della violenza quando per noi, inconsciamente, non tutte le violenze sono uguali.