di Alessandro Giugni

Da alcune settimane stiamo assistendo a un crescendo di tensioni internazionali scatenate dall’inasprimento del conflitto tra Russia e Ucraina. In un simile contesto, comprendere quali siano le cause scatenanti che hanno portato a una situazione di tal genere diviene un’operazione più che mai necessaria.
In primis, è opportuno ricordare che per larga parte del Novecento quella che noi oggi conosciamo come Ucraina è stata parte integrante dell’Unione Sovietica. Molte province situate nell’est del Paese erano, e sono tuttora, abitate da russi e da persone le quali, benché di etnia ucraina, sono a tutti gli effetti russofone. La stessa Crimea, che pochi anni or sono è stata oggetto di una crisi della quale parleremo più avanti, venne ceduta nel 1954 da Mosca a Kiev come segno di riconoscimento della profonda amicizia, sussistente da più di trecento anni, tra russi e ucraini. Non solo.
L’Ucraina da sempre riveste un ruolo centrale per la Russia per tre ordini di ragioni: dal punto di vista storico-culturale, l’Ucraina è stata il principale granaio dell’URSS; sotto il profilo demografico, nel territorio ucraino risiedono milioni di famiglie miste russo-ucraine; infine, dal punto di vista strategico, l’Ucraina costituisce per la Russia la porta sull’Europa e, negli ultimi decenni, è divenuta, altresì, a tutti gli effetti simbolo dello scontro tra Putin e l’Occidente capitanato dagli USA.
Con il dissolvimento dell’Unione Sovietica, l’Ucraina ottenne l’indipendenza nel 1991. Di fatto, però, nulla realmente cambiò per il Paese, il quale non riuscì a liberarsi dal giogo dell’influenza che su di esso esercitava la Russia. La mancata acquisizione di una vera e propria identità nazionale generò nella popolazione ucraina un forte senso di risentimento verso Mosca. L’astio nei confronti dei russi culminò nel 2004 in quella che viene ricordata come “rivoluzione arancione”: dopo le accuse di brogli elettorali ai suoi danni denunciate da Viktor Yushenko (il quale, durante la campagna elettorale, aveva manifestato al popolo la sua volontà, una volta divenuto presidente, di promuovere una politica di avvicinamento all’Occidente), migliaia di cittadini invasero le piazze della capitale e di molte altre grandi città, fatto questo che portò la Corte Costituzionale a disporre la ripetizione del voto. Fu così che il 26 dicembre 2004 Yukushenko riuscì a salire al potere. Contrariamente a quanto promesso in campagna elettorale, però, egli non si fece promotore del definitivo affrancamento dell’Ucraina dalla Russia, fatto questo che lo portò a uscire clamorosamente sconfitto nella successiva tornata elettorale.
Viktor Yanukovich, ex sfidante di Yushenko e vincitore delle elezioni del 2010, in un primo momento cercò di mantenere in equilibrio tanto i rapporti con l’Occidente quanto quelli con il Cremlino. Una profonda crisi economica interna, però, ben presto portò il governo di Kiev a sbilanciarsi in favore di Mosca in cambio di 15 miliardi di dollari di aiuti e di condizioni di favore nella fornitura di gas. Fu così che larga parte della popolazione ucraina, soprattutto quella stanziata nelle regioni occidentali, decise di scendere nuovamente in piazza. Dal Novembre del 2013 al Gennaio 2014 in tutto il territorio ucraino si registrò un crescendo di violenza nelle sempre più numerose manifestazioni di protesta contro l’influenza russa. Il culmine degli scontri si ebbe tra il 18 e il 21 febbraio 2014: mentre la Camera era riunita per l’approvazione di una modifica costituzionale volta alla diminuzione dei poteri del presidente in carica, nel centro di Kiev, in Viale Instytuts’ka, scoppiò una vera e propria guerriglia urbana che vide contrapposti manifestanti muniti di rudimentali armi e forze dell’ordine che, colte di sorpresa dall’escalation di violenza, si trovarono costrette ad aprire il fuoco. Il 21 Febbraio, mentre tra le strade della capitale il numero dei morti andava aumentando costantemente, Yanukovich si vide costretto a fuggire dal palazzo presidenziale. L’Ucraina si trovò sull’orlo di una vera e propria guerra civile: se, dopo la destituzione del presidente uscente, la situazione a Kiev sembrò normalizzarsi, così non fu nel resto del Paese, dove le frange nazionaliste più estremiste presero di mira i gruppi filorussi. Un fulgido esempio del caos regnante in quel periodo è rappresentato dalla tristemente nota strage di Odessa: il 2 maggio 2014 gli estremisti nazionalisti diedero fuoco a un edificio all’interno del quale si erano rifugiati alcuni manifestanti filorussi, causando la morte di più di quaranta persone.
La preoccupazione per le tensioni registratesi in tutto il territorio ucraino e la volontà di interrompere qualsivoglia legame con Mosca spinsero la popolazione crimeana a chiedere l’indizione di un referendum per la secessione della penisola dall’Ucraina e l’annessione al territorio della federazione russa, referendum questo che si tenne il 16 marzo 2014 e che venne accolto favorevolmente da oltre il 95% della popolazione di Crimea.
Chiusa la questione Crimea, le tensioni si spostarono a est, dando origine a quella che viene oggi qualificata come “guerra del Donbass”: il 6 aprile 2014 i palazzi del potere di Lugansk e Donetsk vennero occupati dalle cosiddette “squadre di autodifesa”, portando alla proclamazione dell’indipendenza (non riconosciuta a livello internazionale) delle Repubbliche del Donetsk e Lugansk.
A seguito delle elezioni tenutesi il 25 maggio 2014 fu eletto Petro Poroshenko, il quale, da un lato, firmò un accordo di associazione con l’UE (entrato in vigore il 1° gennaio 2016) con cui definitivamente venne sancita la volontà dell’Ucraina di entrare nella NATO e di riprendere il controllo tanto della Crimea quanto del Donbass e, dall’altro, sottoscrisse gli accordi di Minsk che portarono al cessate il fuoco e a una relativa distensione con il Cremlino.
Anche il successore di Poroshenko, l’attuale presidente Volodymyr Zelensky, ha optato per il proseguimento del dialogo con l’UE e ha confermato la volontà dell’Ucraina di entrare nella Nato, volontà questa che è stata recentemente ribadita dallo stesso Zelensky sul finire del 2021, fatto questo che ha nuovamente messo in allerta Putin e che costituisce il fondamento delle rinnovate tensioni internazionali che ad oggi sono sotto gli occhi di ciascuno di noi.