di Stefano Sannino

Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con lentrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sí da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo“

Così comincia il famosissimo Mito della Caverna, raccontato da Platone nel libro de la Repubblica 514a-517a. Un mito distopico, in cui alcuni fanciulli sono nati e cresciuti allinterno di una caverna, incatenati ad un muro e costretti a guardare il fondo della spelonca. Dietro di loro, una torcia che illumina alcuni oggetti posti tra gli schiavi e la fiamma, proiettando così le ombre sul muro davanti ai prigionieri. Una condizione, quella raccontata da Platone, che potrebbe apparire lontana dalla nostra realtà. In verità, lo scopo di questo racconto è proprio quello di raccontare una condizione che ogni uomo, inconsciamente, viva dalla sua nascita. Le catene reali di cui parla Platone però, non sono quelle di ferro e metallo descritte nel mito, bensì sono catene morali, etiche, conoscitive. Ogni uomo, di fatti, dal giorno in cui nasce al giorno in cui muore è inesorabilmente legato ad un insieme di idee e concezioni che lo rendono schiavo, che lo costringono a guardare le ombre di ciò che sta dietro, di quegli oggetti – in sintesi – la cui ombra viene proiettata sulla parete della caverna. Ecco quindi che proprio come gli schiavi del racconto, luomo che rimane prigioniero delle proprie idee, sarà convinto che quelle stesse ombre siano la vera realtà, la reale essenza delle cose.
E se qualcuno venisse liberato? Cosa accadrebbe se qualcuno venisse costretto ad abbandonare le sue catene morali? Purtroppo, non scoprirebbe subito la verità. Platone infatti ci racconta di alcuni stadi di conoscenza intermedia che separano gli uomini dalla verità: il primo, quando lo schiavo si rende conto che sono gli oggetti le cui ombre vengono proiettate ad essere lorigine della conoscenza; il secondo, quando invece si accorge che è la fiamma a permette la proiezione degli oggetti stessi.
Infine, ma non per importanza, lo stadio finale: lo schiavo raggiunge finalmente lesterno della caverna e si accorge che la verità è il mondo che lo circonda, illuminato dal Sole.
E durante tutto questo tragitto, non solo lo schiavo rimarrebbe accecato dalla crescente luminosità della conoscenza (oggetti reali, fuoco, Sole), ma ne sarebbe anche irritato.
Il mito platonico della caverna ci racconta, quindi, non solo della natura della conoscenza e della verità, ma anche della natura umana, pigra e molle per antonomasia. Luomo, proprio come lo schiavo di Platone, non ha voglia di conoscere. Dopotutto, perché abbandonare la comoda posizione nella spelonca per rischiare di rimanere accecati dalla luminosità del Sole e della verità? Perché abbandonare linsieme delle catene che ci fanno stare al sicuro nella nostra stessa prigionia?
Forse è proprio per questo che Platone non racconta di uno schiavo che si libera da solo, ma di uno schiavo che viene costretto ad abbandonare la propria condizione. Perché per raggiungere la verità, bisogna prima di tutto avere la voglia di abbandonare ogni comodità, ogni condizione mentale pregressa a cui siamo abituati dalla nascita. La verità, la conoscenza ed il sapere richiedono sacrificio.
Quanti siano disposti a compierlo, ad oggi, rimane un mistero; forse però, Platone lo aveva già capito: lunico modo che un uomo abbia di raggiungere la verità è di essere costretto e trascinato da un maestro fuori dalle sue comodità.