di Mario Alberto Marchi

Ci son cose che andrebbero fatte, altre che vengono fatte, ma non vengono dette lasciando imprenditori, attori dell’economia piccoli e grandi, convinti di essere abbandonati dallo stato anche quando non è cosi’.

Di chi è la responsabilità? Spesso dello stato stesso che non ha dialogo, canali di comunicazione adeguati, altre volte di chi sta nel mezzo, come le associazioni di categoria che tra le altre cose dovrebbero proprio fare da tramite, ma troppo spesso si avvitano in una autoreferenzialità che le rende piccoli o grandi centri di potere lontani dalla natura di rappresentanza.

Di questi giorni è un esempio clamoroso di mancanza di informazione verso le imprese, denunciato dall’Unione delle Camere di Commercio con un dato riassuntivo davvero deprimente: solo il 26% – quindi poco più di un quarto – delle imprese italiane è a conoscenza del Piano Impresa 4.0. A questo numero va poi tolto un ulteriore 9% che dichiara di esserne a conoscenza, ma non usufruirne.  A conti fatti appena il 17% ne approfitterà.

Attenzione, perchè non stiamo parlando di qualcosa di accessorio, ma di uno strumento importante per la transizione digitale, con un particolare accento sulla compensazione tra nord e sud. Per una volta stiamo parlando di un progetto di innovazione che ha attraversato in modo coerente vari governi. Infatti Il Piano Nazionale Impresa 4.0 è un’evoluzione del Piano Nazionale Industria 4.0 del 2017. Ad allora risalgono le prime misure per favorire la trasformazione digitale del settore manifatturiero. Il Piano Nazionale Impresa 4.0 estende gli incentivi a tutti i settori, comprendendo anche i progetti di ricerca e sviluppo. Viene migliorato l’accesso al credito per investimenti produttivi e tecnologici proprio delle micro, piccole e medie imprese, di tutti i settori, aiutando quindi un tessuto imprenditoriale capillare sul alcuni territori a diventare più moderno e competitivo, attraverso finanziamenti garantiti compresi tra 20.000 euro e 2 milioni di euro. Certo, di fronte all’emergenza di far quadrare i conti, pagare affitti e stipendi, ogni discorso che riguardi le prospettive future sembra pura filosofia, ma lo stesso studio di Unioncamere ci dice che la realtà è diversa: il 70% delle micro e piccole imprese che ha già avviato la svolta digitale prevede di poter raggiungere i livelli di produttività pre-Covid già nel 2022.

La stessa percentuale, riguarda le imprese familiari che pur avendo risentito gravemente della crisi hanno ritenuto di abbracciare una svolta digitale, approfittando delle agevolazioni di legge. Certo – come si diceva all’inizio- il primo passo è venire a conoscenza delle possibilità. E a volte sorge il sospetto che a qualcuno convenga che ciò non accada.