di Stefano Sannino

Questa settimana più che mai, nel nostro Paese, il dibattito pubblico è monopolizzato dalle discussioni sull’amore, sulla famiglia e sulla sessualità. Lo scontro non si manifesta però solamente ad un livello politico tra conservatori e riformisti, ma anche a livello ideologico, tra i tradizionalisti del cristianesimo ed i modernisti, tendenzialmente più vicini alle posizioni del laicato.
Vi è però un problema di fondo in questa discussione tutta italiana, ovverosia l’errore di associare la religiosità ad una sorta di pudicizia sessuale o amorosa.
Se infatti può essere vero, nel caso specifico del cristianesimo, che la sessualità umana sia vista come soggetta a determinate restrizioni o regolamentazioni, la medesima cosa non si può dire di moltissime altre religioni. In un mondo multiculturale come quello del XXI secolo, è quindi imperativo comprendere che l’associazione religione-repressione sessuale sia quantomeno vetusta, per non dire completamente errata.
Sono numerosissimi i casi di culture e religioni che hanno fatto dell’erotismo e della sessualità il loro punto di forza, la propria metrica di interpretazione del mondo, uno strumento, in breve, per comprendere la natura umana e divina.
È il caso, per esempio, della cultura induista che si è dimostrata capace di fornire rappresentazioni letterarie ed artistiche dal carattere erotico in tutta la sua storia. Basti pensare al poema epico del poeta Kālidāsa, il Kumārasambhava nel quale si racconta la straordinaria e struggente storia della seduzione di Šiva da parte di Parvati, figlia di Himalaya. O ancora, basti guardare le sculture esterne presenti sulle pareti dei templi di Khajuraho o in altri luoghi dell’India Settentrionale che, a partire dal X secolo, hanno cominciato ad essere dominate da raffigurazioni esplicitamente erotiche tra uomini e donne o, addirittura, di gruppo. Questo perché, a differenze della cultura cristiana, quella induista guarda alla coppia (mithuna) come elemento di buon auspicio, fertilità o con una valenza addirittura protettivo-apotropaica. Vi è però, in India, una più profonda correlazione tra l’atto sessuale e la sfera del sacro, intrecciati nelle rappresentazioni artistiche dalla nascita dell’induismo fino ai nostri giorni. All’amore umano si riserva quindi uno posto speciale nella mentalità induista, tutt’altro che dedita solamente alla meditazione ed all’ascetismo.
Molto più rigida è invece la mentalità occidentale-monoteista, che fa della sessualità un piacere proibito, da nascondere e, spesso, di cui vergognarsi. La diversità religiosa, tuttavia, evidenziata dalle opposte visioni che le religioni hanno in merito all’argomento, dovrebbe se non altro portarci però a sciogliere quel tradizionale vincolo che lega religione e sessualità e che asserve la seconda alla prima, monopolizzando spesso il dibattito pubblico.
Le religioni, è innegabile, hanno spesso delle prescrizioni in campo di sessualità o dei taboo che non è assolutamente possibile superare e che spesso rispecchiano antichi taboo tipici della cultura in cui la religione è emersa; ciononostante, non dobbiamo mai dimenticarci che la funzione di ogni religione, occidentale o orientale, monoteista o politeista, antica o moderna, è in primis quella di comprendere ed abbracciare la natura umana attraverso la metafora del divino. In questo senso, allora, non possiamo far altro che abbracciare la nostra natura e comprenderla attraverso una più libera manifestazione di noi stessi, delle nostre preferenze e della nostra intimità, proprio come ci raccontano le iscrizioni dei templi di Khajuraho.