1. Fine di un’epoca

La transizione ecologica, che si propone l’obiettivo di riconvertire l’economia fossile con tecnologie “verdi” sostenibili, e la transizione digitale che marcia in direzione della intelligenza artificiale nella futuribile prospettiva dell’uomo-macchina, segnano certamente la fine di un’epoca.

Nel bel mezzo di un passaggio storico tanto complesso, si inserisce poi il persistente impatto dell’emergenza Covid-19, che sta inquinando, con gravi ricadute economiche, molti tratti della convivenza umana.

Avanza intanto l’annunciato disastro climatico, di cui si discute da anni nei salotti buoni e, a livello di governance globale ONU (circa 200 Stati), nelle numerose Conferenze delle parti, compresa Cop26 sul clima (Glasgow, novembre 2021).

Tutto ciò sembra però destinato a impantanarsi nella palude di vecchie e nuove incrostazioni culturali (profitto-profitto, consumismo compulsivo …), che di fatto ostacolano qualsiasi adesione a stili di vita più sobri e solidaristici in vista del bene comune.

Probabilmente l’homo sapiens (?), grazie alle sue capacità adattative ed evolutive, sarà in grado di attraversare anche quest’ultima grande crisi (dal greco, separazione, passaggio).

E’ comunque evidente che i futuri imprevedibili scenari (antropologici, ambientali e geopolitici) saranno il risultato del determinante apporto di un nuovo modello di scuola, ridisegnata quale permanente laboratorio di formazione culturale delle nuove generazioni.

  1. Andare oltre la povertà culturale

Se per cultura si intende l’insieme delle conoscenze teoriche e delle competenze pratiche che indicano i livelli di creatività, di sviluppo

 

tecnologico e di progresso dei costumi di vita dei raggruppamenti umani, dobbiamo constatare il progressivo arretramento culturale del nostro paese.

E’ opinione comune che questo gap – visto anche come una specie di “pandemia morale” – sia da attribuire in particolare al relativismo e alla corruzione dei parametri della responsabilità individuale e della solidarietà sociale; valori da sempre considerati fondanti per la costruzione di qualsiasi comunità “solida”.

Ora, complice anche Sars-Cov2, oltre ai singoli individui, il degrado culturale colpisce sia i “mondi vitali” della società civile (famiglia, scuola, associazioni, ecc.), sia le istituzioni rappresentative che – essendo in prevalenza al soldo del potere – hanno perso per strada la loro funzione di “servizio”.

L’ignoranza diffusa e la frammentazione delle formazioni sociali causano poi: – l’interruzione delle relazioni umane e la predita del dialogo e del patto educativo e formativo tra le generazioni; – la difficoltà di riattivare una sorta di partnership tra le varie componenti socioculturali, al fine di realizzare la effettiva integrazione-inclusione delle diversità e delle differenze.

In tale disordinato contesto, i nativi digitali sono di fatto lasciati in balìa di un’epoca di esibizione e di una “cultura” nuova imposta dalle trasformazioni epocali in atto. Molti perciò, sfruttando male le grandi inesplorate potenzialità del tablet, si lasciano facilmente travolgere dalla dipendenza del web e vivono una “vita da remoto” come “isolati sociali” (hikikomori).

Pertanto, i ragazzi meno avvezzi al pensiero critico tendono a conformarsi (effetto-gregge) alle mode dominanti, alimentate dalla comunicazione manipolata dai social-media e da tanti premi Nobel laureati su Facebook.

  1. La scuola “leggera” della società digitalizzata

Abbiamo visto che le veloci mutazioni ambientali, sanitarie e tecnologiche non consentono di progettare il futuro senza una profonda “riconversione” culturale. Urge perciò la ristrutturazione

 

dell’attuale impianto normativo e organizzativo (standardizzato) della scuola, risalente alla riforma Gentile del 1923: un tempo lontanissimo dalla “Repubblica digitale” di cui fanno parte i virgulti della generazione Z.

Forse non è qui fuori luogo richiamare l’originaria etimologia di scuola (dal greco, occupazione libera), intesa appunto come luogo “aperto” alla libera conoscenza, pur nel rispetto rigoroso e selettivo dell’ordine e della disciplina, dato che l’art. 34 Cost. definisce la scuola “aperta a tutti” e premia i “capaci e meritevoli”.

Si tratta quindi di ricostruire un ambiente -aperto al mondo-predisposto a favorire l’autonomo sviluppo delle potenzialità di ciascuno (“aiutami a fare da solo” è il motto di Maria Montessori).

Perciò appare più funzionale un modello di didattica leggera, tesa a progettare “scuole innovative” (previste dal PnrrD.L. 6.XI.2021, n. 152), a potenziare le risorse umane e strumentali e ad aggiornare le competenze degli insegnanti. Un metodo di insegnamento, basato su poche e chiare regole, che pone al cuore della pedagogia (dal greco, accompagnare i fanciulli) l’educazione diffusa, che coinvolge e responsabilizza l’intera società educante, a cominciare dalla famiglia (non sempre collaborativa!).

Pertanto, nell’attuale realtà fluidificata dal succedersi di innovazioni globalizzate, il compito della scuola non può esaurirsi nel traghettare

-nel grigiore della quotidianità- un patrimonio di nozioni e di saperi trasversali, senza suscitare nei giovani le passioni, il desiderio e il piacere di “imparare ad imparare” attraverso lo stupore e le emozioni.

L’istruzione è allora efficace quando sollecita curiosità e interrogativi sempre nuovi, al fine di far acquisire agli adolescenti una vasta coscienza critica quale “passaporto” idoneo ad accedere ad una vita libera, responsabile e consapevole della “pari dignità” di tutti.

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Benito Melchionna Procuratore emerito della Repubblica