di Stefano Sannino

Che le generazioni più giovani vivano un disagio sociale piuttosto accentuato non è certo un segreto. Mai come oggi è stato diffuso tra i giovani un sentimento di alienazione e dissociazione dalla realtà che viene spesso urlato attraverso i social network.
Non vi sono speranze per il futuro, che è diventato qualcosa di incerto a causa delle terribili condizioni in cui versa il pianeta. Crisi economica, crisi energetica, crisi ambientale, crisi bellica: sembra quasi che il destino delle nuove generazioni sia inequivocabilmente legato al concetto di crisi. Ma, proprio come i cavalieri dell’apocalisse non viaggiano mai da soli, anche le crisi vengono accompagnate da sempre più crisi, alcune delle quali ci investono senza che nemmeno siamo in grado di accorgercene.
Se dovessimo riassumere la crisi peggiore davanti alla quale ci troviamo dovremmo usare le parole del grande Cicerone che, nonostante siano vecchie di duemila anni, risuonano più attuali che mai: «O tempora! O mores!». Il nemico invisibile contro cui stiamo combattendo è infatti proprio la crisi della coscienza che, proprio come il frutto marcio di un albero malato, ha investito le nuove generazioni. Senza futuro, privati di ogni speranza, ridotti spesso al silenzio ed all’inutilità politica e culturale, le nuove generazioni si sono ritagliate il proprio spazio sui social media, lamentando il proprio malessere e la propria solitudine attraverso i contenuti digitali. Eppure, dietro a quello che viene etichettato da tutti come “moda” o come qualcosa di superficiale e frivolo, vi è la massima espressione di intere generazioni troppo spesso represse e soppresse. Non bisogna stupirsi, dunque, se alla crisi della coscienza corrispondono anche un aumento della criminalità giovanile ed un appiattimento culturale: cosa rimane di un uomo, se gli viene tolto, de facto, il futuro ed ogni speranza ad esso connesso? Cosa rimane della speranza e di ciò che Heidegger avrebbe definito “progettualità”, senza una percezione di una profondità temporale rivolta “in avanti”, senza alcuna (o quasi) possibilità di carriera, senza la possibilità di mettere su famiglia, di comprare una casa, di avere una stabilità economica di cui invece le generazioni precedenti hanno ampiamente goduto?
A questo dovremmo forse pensare quando riceviamo passivamente le informazioni dai media tradizionali che ci vogliono spacciare le nuove generazioni come “perdute” o irrimediabilmente vicine alla criminalità e ad uno stile di vita insalubre.
Ma questa insalubrità dell’aria che si respira non sarà forse colpa di chi è venuto prima di noi? Ai posteri l’ardua sentenza, intanto: O tempora! O mores!