di Giorgia Scataggia

Luca Palamara abbandona definitivamente la toga e decide di candidarsi nel collegio uninominale di Roma Monte Mario-Primavalle. L’ex magistrato ha dato l’annuncio ad appena due giorni di distanza dalla sentenza delle sezioni unite della Cassazione, che ha bocciato il suo ricorso contro la radiazione dalla magistratura, convocando una conferenza stampa nella storica sede del Partito radicale, in via di Torre Argentina.

Palamara ha quindi deciso di candidarsi con una sua lista, con tanto di simbolo raffigurante una dea che regge una bilancia, con il suo nome e cognome.

La candidatura, però, non simboleggerebbe una resa alla sentenza riguardante la sua espulsione. L’ex magistrato ha infatti dichiarato l’intento di fare ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo e di sostenere i referendum sulla giustizia proposti dai Radicali e dalla Lega di Salvini.

Palamara, assieme al direttore di Libero Alessandro Sallusti, ha pubblicato un libro riguardante proprio il “sistema della magistratura”, un argomento di cui ha parlato anche durante un’intervista tenutasi nella sala conferenze della Fonte Bonifacio VIII il 4 Agosto, a Fiuggi:

Dott. Palamara, cos’è per lei il “sistema”?

«Quando parlo di sistema, tendo a non dare a questa parola un’accezione negativa. Non è l’omologo del “sistema criminale”. Per me il sistema equivale a tutte quelle relazioni che ci sono fra le varie componenti dello Stato, che non dovrebbero essere in guerra fra loro. La magistratura avrebbe dovuto relazionarsi con il mondo esterno, da qui la parola sistema: per raffigurare da un lato come ha funzionato la relazione fra magistratura e politica, dall’altro come ha funzionato il sistema interno, il sistema delle correnti»

Che cosa sono le correnti?

«La magistratura è una sorta di comunità, della quale fanno parte circa 10.000 persone. Una comunità che, di fatto, rispecchia il Paese. C’è una componente più ideologizzata, la cosiddetta “sinistra giudiziaria”. C’è una componente più burocratizzata, che vive le stesse problematiche di un dipendente della pubblica amministrazione, che chiede più scrivanie, meno fascicoli, più uffici moderni e così via. C’è, infine, una parte “centrale” che sostiene, invece, la necessità di fare prevalere un profilo più moderato. La componente di sinistra è quella che determina una sorta di orientamento culturale e che ebbe, negli anni ’60, una parte molto importante all’interno della magistratura, ma che teorizza l’idea che la magistratura debba fare politica. Arrivati al ’92, io non parlerei tanto di dittatura solo etica della magistratura, ma anche di rapporto tra magistratura ed informazione. Una parte dell’informazione era proprio ciò che spronava la magistratura a ricordarsi che il suo reale ruolo è quello di ripulire la società. Da qui nasce l’inghippo: l’idea che l’autonomia si potesse salvare processando Berlusconi. Questo è ciò che ha determinato anche il cortocircuito dell’inchiesta Tangentopoli: si entra con quell’idea, man mano il dibattito interno alla magistratura aumenta e ci si interroga se sia stato giusto che un magistrato scendesse in piazza per fare un comizio contro una parte politica. Sono tutte cose che io oggi ho portato alla luce, ma che in realtà sono interne e ben nascoste.»

Lei crede di potersi definire il capro espiatorio che ha pagato per tutti?

”Questo lo lasceremo dire agli altri. Io so per certo di aver portato alla luce la mia storia non solo come vicenda personale. L’ho fatto nella consapevolezza che la magistratura sia un bene fondamentale per il Paese e questo deve prevalere su tutto. Io metto il mio racconto sul tavolo, poi ognuno ne farà l’utilizzo che desidera. Io parlo e parlerò solo di cose che ho la possibilità di documentare».