di Susanna Russo

Inizia la sua carriera nel teatro di prosa divenendo regista stabile e responsabile artistico della Compagnia Teatrale I Guitti di Brescia; consegue frattanto il titolo di Dottore di Ricerca in Italianistica alla Sapienza di Roma e comincia a firmare creazioni e recitare per i maggiori Teatri nazionali collaborando con Maestri del calibro di Luca Ronconi, Umberto Orsini, Marco Bellocchio, ottenendo i più illustri riconoscimenti del settore fra cui il Premio Ubu (2011) e il Premio Internazionale Pirandello (2015).
Per quanto riguarda il cinema, partecipa alla Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia come protagonista di Pagliacci di Bellocchio e Italian gangsters di De Maria.
Parallelamente all’attività sui palcoscenici della prosa, dopo anni di studio privato col M° Mario Malagnini, nel 2018 debutta come baritono all’opera.
Ha all’attivo, inoltre, un’intensa e costante attività editoriale che include traduzioni, curatele, adattamenti drammaturgici e opere proprie.
Lo scorso Giugno ha debuttato al Teatro alla Scala con l’opera Le Nozze di Figaro, nel ruolo di Figaro.
Da giovedì 30 Dicembre è in scena al Teatro Carlo Felice con La Vedova Allegra.

 

Attore, regista e baritono: quale di questi ruoli le appartiene e la riflette di più?

«Sono tutti frammenti di me. Quello dell’attore è stato il mio primo mestiere o, se vogliamo, la prima vocazione. Ho iniziato prestissimo, in famiglia erano tutti attori da generazioni. Passare anche alla regia è stato automatico. L’opera è arrivata più tardi, quando ormai avevo una carriera avviata nella prosa, e dopo un lungo percorso di studio parallelo. Ho accolto questa ulteriore possibilità come occasione di scoperta di me stesso, estendendo le mie competenze artistiche. Ora recitare, dirigere, cantare sono la mia vita in palcoscenico, non tre mestieri diversi. Il mio modo di fare teatro.»

 

A Giugno ha debuttato al Teatro alla Scala come Figaro ne Le nozze di Figaro dirette da Daniel Harding. Che significato ha questo per lei?

«Debuttare alla Scala è stata la realizzazione di un sogno; un sogno giovane, se vogliamo, perché fino a pochi anni fa non avrei mai pensato di cantare su quel palcoscenico, per il semplice fatto che ancora non cantavo l’opera.  Esserci arrivato, cantando Mozart, diretto da Harding, nella storica regia di Strehler delle Nozze di Figaro è un regalo che la vita mi ha fatto e sono molto grato a tutti coloro che mi hanno permesso di arrivarci.»

 

Come baritono ha avuto un grande successo, moltissime sono le critiche positive scritte in suo onore, e molte quelle che citano profondità ed introspezione alla base delle sue interpretazioni. È questa la chiave del suo successo, il lavoro introspettivo che è in grado di fare su di sé?

«Più che di introspezione, parlerei di studio accurato del personaggio, sia teatralmente sia vocalmente. Trovare l’approccio giusto per ogni carattere rende tridimensionale la sua raffigurazione; noi tutti abbiamo una sola voce – e con quella è giusto cantare, senza mai forzarla – eppure, da repertorio a repertorio, da personaggio a personaggio, si possono cogliere e tradurre (in scena e nella musica) miriadi di sfumature che fanno la differenza. Questo, credo, è un approccio che, sebbene mi derivi dalla prosa, è molto salutare anche all’opera. Quanto l’artista è a suo agio col personaggio, lo conosce nel profondo e lo fa suo, sarà più a suo agio anche vocalmente, “reciterà cantando”, che è poi quello che è richiesto nel melodramma.»


Ha recitato in due film, entrambi presentati alla Mostra del Cinema di Venezia. Dopo una tale esperienza in ambito teatrale, che sensazione le dà recitare davanti ad una cinepresa?

«Recitare per la cinepresa è un mestiere diverso. Certo, si è sempre attori; ma in modo differente, si delega l’esito finale di quel che si fa al regista, al montatore… non si ha mai un’idea definita di quello che verrà fuori. Almeno, questo vale per me. Per questo devo fidarmi molto di chi mi sta dirigendo in quel momento. Al cinema non si ha più il controllo della propria performance e questo, per chi viene dal teatro come me, è molto straniante. Può avere molto fascino, io mi sono divertito a farmi “usare” da Marco Bellocchio o da Renato de Maria; ma il cinema resta finora per me un incontro occasionale. Molto piacevole, certo, ma sono sposato col palcoscenico.»

 

Nel corso della carriera che ha affrontato fino ad ora ha spaziato molto, le è mai capitato di temere di non essere all’altezza di un nuovo ruolo?

«Quando si accetta una nuova sfida bisogna sempre commisurarla alle proprie forze. Questo richiede certo molta autocoscienza; ma non si potrebbe fare il mio mestiere se si delegasse a questa assunzione di responsabilità verso se stessi e verso il proprio pubblico. A volte, anche rinviare l’incontro con un ruolo è sacrosanto. Altre volte, prendere di petto un nuovo cimento e “sfidarsi” genera una crescita artistica che non si poteva prevedere. Sapere chi si è e cosa si può fare è fondamentale, ma è sempre una scommessa con se stessi e una messa in discussione dei propri approdi che porta avanti e consente quella proficua metamorfosi che rappresenta il cuore di ogni percorso nell’arte.»


È figlio d’arte da generazioni, si è mai chiesto se, dal momento che così non fosse stato, avrebbe comunque avuto la spinta, la voglia e il coraggio di intraprendere questa strada?

«Non so se l’avrei mai fatto. Probabilmente, la timidezza e una certa severità caratteriale mi avrebbero spinto verso mestieri più “regolari”. Benché fin da bambino amassi molto il gioco serissimo del palcoscenico, ho comunque tentennato prima di dedicarmi anima e corpo al teatro; e più tardi, benché fossi già attore e regista, ho preso un dottorato in Italianistica, occupandomi di letteratura rinascimentale per tenermi aperta una strada e approfondire altri interessi… forse avrei lavorato in università.»

 

Che impatto ha avuto sulla sua artisticità la pandemia?

«Sulla mia artisticità direi nessuno. Ci ha solo logorato, impedendoci di lavorare per mesi e mettendo a dura prova i nostri nervi oltre che i nostri progetti. Non credo nell’ “occasione” della pandemia. È solo una disgrazia dalla quale speriamo di uscire presto, né migliori né peggiori, per tornare a lavorare più serenamente.»

 

Cosa significa per un regista teatrale debuttare in streaming?

«Dipende. Alcuni progetti specifici realizzati ad hoc per la tv nel 2021 mi hanno incuriosito e sollecitato. Che uno spettacolo destinato al pubblico in presenza finisca però per debuttare solo in streaming è un ripiego a cui spero non si debba più arrivare. Sono un uomo del live.»