di Alessandro Giugni

Nei precedenti appuntamenti di questa rubrica abbiamo, in primis, introdotto il tema dell’elementarità della fotografia e ripercorso alcune tappe fondamentali dell’affermazione dell’uso dei tempi di posa lunghi (clicca qui per leggere l’articolo in questione); in secundis, abbiamo analizzato l’importanza della fotografia di ritratto, sottolineando la sua valenza come finestra sull’eternità (clicca qui per leggere l’articolo); da ultimo, abbiamo disquisito circa la fotografia di guerra e la sua ambivalente natura di mezzo di comunicazione necessario e di inutile spettacolarizzazione della morte (clicca qui per leggere l’articolo).
In L’âme et la dance Paul Valéry, scrittore, poeta e filosofo francese, scrisse: «L’istante genera la forma e la forma fa vedere l’istante». Con questa affermazione Valéry alludeva al fatto che la percezione che noi esseri umani abbiamo del tempo è determinata dalla continua trasformazione delle cose: l’aspetto che, di istante in istante, viene assunto da tutto ciò che ci circonda rende il tempo e il suo continuo fluire visibili ai nostri occhi. Se non vi fosse questa continua mutazione della realtà e se non vi fosse la forma, non vi sarebbe alcun tempo. La vita, dunque, può essere intesa come il continuo manifestarsi della forma e del tempo in un’infinita catena di mutamenti della forma e dell’aspetto delle cose.
Questo interminabile processo di trasformazione delle cose in sanscrito viene individuato con il termine Sunyata, che può essere tradotto in vacuità. Ricollegandoci alla terminologia sanscrita, dunque, potremmo dire che tutte le cose nella loro essenza sono vacue, dunque, vuote: ciò non in quanto esse sono semplici apparenze, bensì per il fatto che esse possono esistere solo ed esclusivamente in relazione ad altre cose. Potremmo asserire che la forma è vacuità e la vacuità è forma.
Posto quanto sopra, risulta evidente come la macchina fotografica sia lo strumento più adeguato al fine di permetterci di cogliere la vera natura della realtà. Ciò in quanto la fotografia è a tutti gli effetti l’arte dell’attimo per eccellenza e, di conseguenza, diviene il principale canale attraverso il quale evidenziare la forma e ricercare quella vacuità della quale parlavamo poc’anzi. Inoltre, la fotografia diviene uno strumento di meditazione: essa ci obbliga a compiere un’attenta osservazione della realtà e a comprendere come nulla esista in totale autonomia, essendo ogni cosa vivente ed esistente in una transitorietà condizionata dall’universo circostante. La fotografia congela gli istanti, essa ci mostra come esista un prima e come esisterà un dopo ogni cosa che è stata immortalata dallo scattare dell’otturatore. Ogni istante così congelato, dunque, è a tutti gli effetti un frammento dell’eternità.
Il fotografo che più di chiunque altro ha saputo mettere in luce questa peculiare prerogativa dell’arte fotografica è stato Henri Cartier-Bresson. Nel suo Images à la Sauvette egli scriveva: «Avevo scoperto la Leica, che è divenuta il prolungamento del mio occhio e non mi ha più lasciato. Andavo in giro tutto il giorno, i nervi tesi, cercando per le strade di prendere delle foto dal vivo come flagranti delitti. Soprattutto ero ansioso di captare con una sola immagine l’essenziale della scena che mi si presentava. […] Siamo chiamati a sorprendere la realtà con quel quaderno di schizzi che è il nostro apparecchio fotografico, ma non a manipolarla né durante le riprese, né tanto meno nel nostro laboratorio con qualche ricetta fatta in casa». È proprio in quest’ultima affermazione che si manifesta con estrema e innovativa forza una delle peculiarità del fotografo che verrà definito “L’occhio del secolo”: il fine del suo agire era integralmente incentrato nella sacralità di ciò che effettivamente egli aveva visto e nel modo in cui l’aveva visto. Una visione, dunque, scevra da qualsivoglia intervento manipolativo della realtà stessa da parte del fotografo. Un manifesto esempio della straordinaria capacità di Cartier-Bresson di rendere visibile il tempo congelando un istante lo troviamo nella fotografia scattata nel 1932 dietro la stazione di Saint-Lazare a Parigi (clicca qui per vedere la fotografia). Ciò che ha saputo fare il fotografo francese in questa occasione è stato attendere che dal caos emergesse la bellezza dell’attimo. Si tratta di un solo, infinitesimale, istante: un passante salta oltre una pozza d’acqua, la sua figura assume la medesima posizione della ballerina sul manifesto posto sullo sfondo, il tutto mentre uno spettatore osserva da dietro l’inferriata il passante in primo piano intento a danzare. Prima e dopo questo istante non vi era nulla se non il caos di un luogo estremamente trascurato, uno spazio dove ogni elemento sembra esservi presente senza alcuna connessione con tutto ciò che lo circonda. Cartier-Bresson, però, con la sua fotocamera riesce a dare ordine a quell’apparente caos premendo il pulsante di scatto nell’esatto momento in cui il disordine si dissolve nella bellezza dell’istante.