di Martina Grandori

 

Di inquinamento, di detriti, si spazzatura si parla quotidianamente, un problema senza confini geografici e politici, un grattacapo per i potenti di tutto il mondo, un dilemma senza soluzione, tristemente una realtà difficile a cui i giovani dovranno far fronte. Ma di fatto di inquinamento aerospaziale, si parla poco. Il lato oscuro dell’esplorazione spaziale, fiore all’occhiello delle Nazioni più potenti e ricche. Sono 187.400 i chili di scarti lasciati sulla superficie lunare, 21 mila detriti più grandi e 100 milioni più piccoli di un centimetro fluttuano nel cosmo a velocità supersonica. Una tematica apparentemente lontana come lo spazio di cui poco si parla. Invece è molto più vicina di quanto si pensi. E infatti ci pensa Fatoumata Kébé, 35 anni, immigrata dal Mali in Francia, una delle più brillanti astronome d’Europa, autrice de Il libro della Luna (Blackie Edizioni), che denuncia come i detriti spaziali vengano prodotti dal disuso di satelliti in orbita, da sonde, pannelli solari, razzi, frammenti, parti di navicelle o utensili andati perduti durante missioni spaziali. Impossibile recuperarli nello spazio ovviamente, ma poi che fine fanno? Quelli che galleggiano in orbita bassa, entro i 2000 chilometri di distanza dalla Terra, riescono ad attraversare, entro breve tempo, l’atmosfera terrestre e li ritroviamo negli oceani, il Pacifico è un cimitero di questi detriti. Altri sono troppo lontani per rientrare sulla Terra e rimangono in orbita per moltissimi anni, anche secoli, e inquinano l’atmosfera. 

Di fatto i primi tentativi di abbandonare l’atmosfera terrestre furono fatti durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Era Spaziale iniziò nel 1957 con il lancio dello Sputnik 1, il primo oggetto artificiale lanciato in orbita, vale a dire 64 anni di attività aerospaziale e di relativa spazzatura, e prima o poi tutto quello che viene lanciato in orbita e disperso in qualche maniera ce lo ritroviamo dietro casa. Ed è appunto dal lancio dello Sputinik 1 che Stuart Grey, docente all’University College London e membro dello Space Geodesy and Navigation Laboratory, ha iniziato la sua indagine sull’inquinamento celeste. I piani per arginare questo oscuro inquinamento ci sono, ma ovviamente non sono di facile gestione. Esistono dei cimiteri, chiamate “orbite cimitero”, dove si cerca di far confluire gli orbiter inattivi al fine di non far interferire con le orbite commerciali o scientifiche. Ci sono anche le “orbite sicure”, dove si parcheggiano oggetti potenzialmente pericolosi per scongiurare che si trasformino in PHO (Potentially Hazardous Object), ciò che poi è capitato alla Tesla Roadster con a bordo il manichino-pilota, lanciata dalla SpaceX durante la missione non andata a buon fine nel 2018. Per ripulire lo spazio dai detriti presenti l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) ha avviato due progetti a questo scopo. Il primo prevede l’utilizzo di un robot e un satellite che, agganciano tramite due braccia meccaniche il detrito riportandolo sulla Terra. Un altro sistema prevede l’aggancio dei grandi detriti spaziali tramite una rete, La NASA stessa ha progettato un sistema di monitoraggio per rilevare detriti di grandi dimensioni direttamente dalla Terra, il pericolo di grandi esplosioni è un problema non solo per le navicelle, ma ovviamente per gli astronauti. C’è di più, dal registro ufficiale gestito della Nasa: ci sono oltre 500.000 oggetti spaziali monitorati, 20mila i detriti artificiali, di cui meno del 10% sono satelliti attivi, il resto sono satelliti morti, vecchi corpi di razzi e parti di veicoli spaziali: oltre 21.000 detriti più grandi di 10 centimetri e più di 100 milioni più piccoli di un centimetro. Purtroppo l’uomo è riuscito ad inquinare anche le stelle. Altro che cimitero spaziale e missioni di pulizia sulla Luna.