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giovedì, 25 Aprile, 2024

La Quinta Essenza, l’Elemento dell’immortalità

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di Stefano Sannino e Ahsife Oscura

Dal latino medievale quinta essentia, ed a sua volta dal greco pémpton stoichêion, l’Etere rappresenta l’ultimo Elemento a conclusione dei quattro precedenti. La storia dell’Etere ha origine con gli antichi Greci, per i quali esso era la sostanza con cui era fatto l’Universo; anche il Sole e gli astri venivano considerati fatti di Etere e ritenuti da Aristotele veri e propri esseri viventi dotati di anima, coincidenti con gli Dèi della mitologia greca.

La Quinta Essenza, considerata memoria biologica, era ritenuta l’elemento costitutivo dell’Anima del Mondo, che nella filosofia di Plotino rappresentava l’ipostasi preposta alla generazione della vita. Nell’esoterismo rosacrociano ed in particolare nella Teosofia fondata dalla Blavatsky, l’Etere venne identificato con i concetti orientali di Akasha a livello cosmico e di Prana a livello vitalistico individuale. Il grande valore del Quinto Elemento è possibile ritrovarlo anche nella simbologia del pentagramma, la stella a cinque punte, ove il vertice in alto viene rappresentato proprio dal simbolismo dello Spirito. L’Etere raccoglie in sé la trasformazione e l’evoluzione dei Quattro Elementi precedenti, fondendo al suo interno il profondo significato magico, spirituale e simbolico della Creazione: esso è impalpabile eppure permea ogni cosa ed è considerato come il risultato perfetto dell’equilibrato divenire degli Elementi Terra, Aria, Acqua e Fuoco.

La Quintessenza può essere definita come l’energia costituente del cosmo su due livelli: livello vibrazionale, poiché energia cosmica primordiale e livello “informato” per il suo ruolo nella trasformazione in materia; una volta tradotta in materia, questa energia ne diventa l’anima ed il suo contenuto energetico, vibrazionale ed informativo potrà essere estratto dagli alchimisti per essere trasformato in un diverso stato d’essere. Dal punto di vista alchemico, l’Etere viene definito attraverso il concetto di pietra filosofale: il lapis philosophorum, analogamente detto Quintessenza, sarebbe il risultato della sintesi tra il mercurio, associato all’aspetto passivo dell’Etere e lo zolfo, associato al lato attivo e solare dell’intelletto. Il rapporto che intercorre tra Etere e pietra filosofale è da associare al suo grado vibrazionale e di conseguenza alla sua capacità di intervenire nel processo di trasmutazione, trasformando gli Elementi gli uni negli altri.    

In termini di Akasha, nome sanscrito per definire l’Etere, è il primo degli Elementi che caratterizzano la base dell’Universo ed è la componente che permette agli altri Elementi di manifestarsi; è una dimensione vibrazionale che conserva la memoria stessa del cosmo, dando vita ad una pratica esoterica definita Lettura dei Registri Akashici: tale lettura permetterebbe di osservare e comprendere in profondità tutto ciò che la memoria universale ha registrato dal momento della Creazione ad oggi.                                                 

L’etere nella Filosofia

A livello filosofico, la storia dell’etere – come detto – precede quella alchemica, in particolare per quanto riguarda le speculazioni proprie di Platone, di Aristotele e di Plotino. Fu proprio da questa tradizione dal carattere estremamente razionale, che poi derivò la ricerca alchemica tipicamente rinascimentale.

Fu proprio Platone, nel Fedone a nominare l’etere come un dodecaedro, ovvero come un solido composto da dodici facce, nella speculazione sui mondi perfetti abitati da essere perfetti. Non è certo una novità che il binomio proposto da Platone per quanto riguarda i piani di esistenza, coinvolgeva non solo la più grande dicotomia idee/cose, ma anche materia/spirito, Dei/Uomini, Perfezione/Imperfezione. É proprio all’interno di questa speculazione che troviamo quindi la parola “etere”, messa in relazione con l’idea di perfezione e dunque in qualche modo di Divinità.

Aristotele (in qualche modo) si ricollegò al pensiero Platonico, sostenendo che l’etere fosse l’essenza del mondo celeste. Se però Platone si riferì al mondo celeste come a quel mondo ideale chiamato iperuranio, Aristotele – la cui dottrina sappiamo essere molto più materialista – analizzò il mondo celeste da un punto di vista cosmico all’interno di alcuni trattati, tra i quali certamente spicca il “De Caelo”.  Aristotele  afferma, esattamente come il suo Maestro,  che l’etere possiede le qualità di eternità, immutabilità, trasparenza e leggerezza. Fu proprio grazie a queste caratteristiche che lo Stagirita riuscì a giustificare l’eternità e l’immutabilità del cosmo, contrapposto alla Terra che invece era luogo caratterizzato da moto rettilineo e costante. All’interno di questa teoria, scopriamo che ogni astro era fatto di etere e che proprio l’etere giustificava non solo l’eternità delle cose celesti, ma anche il loro movimento che lo stesso Aristotele identificò come: moto circolare uniforme. Nella speculazione Aristotelica, quest’ultima tipologia di moto si contrappone al moto rettilineo, che come detto caratterizza invece le cose terrestri.

Plotino invece, il cui ragionamento era fondato sul concetto di ipostasi, che in qualche modo possiamo associare a quello di “emanazione”, ai riferisce all’etere come Anima del Mondo, come cioè a quell’elemento che non solo era causa della vita, ma sopratutto che ne conservava la somma di tutte le memorie, in una sorta di grande memoria collettiva universale. L’etere tuttavia, a differenza di Platone, di cui ricordiamo però Plotino essere un discendente intellettuale, non è caratteristica del mondo delle Idee, quanto piuttosto subordinato ad esse. Se dunque Platone ci parlava di dodecaedro in relazione alla connessione tra etere e iperuranio, Plotino riporta l’etere sulla terra, subordinandolo a quel mondo di perfezione che nella teoria Platonica è sempre stata sede di completezza e idealità.                                    

La tradizione Alchemica

Come detto, fu proprio da queste teorie che prese le mosse la tradizione alchemica occidentale. Naturalmente non si sta qui delineando una “genitorialità” della filosofia in relazione a tutta la speculazione alchemica, quanto in effetti si evidenzia semplicemente la correlazione tra le dottrine filosofiche poc’anzi esposte e quella ricerca tipicamente alchemica che riguarda la pietra filosofale.

Secondo la tradizione alchemica infatti, l’etere fu oggetto di studio fino almeno al XVII secolo, quando la parola “etere” era ancora connessa in qualche modo a quell’oggetto mitologico che tutti desideravano e che ogni alchimista bramava creare: la pietra filosofale. Fu proprio l’Alchimia a dedurre che l’etere dovesse dunque essere formato da Mercurio e da Zolfo, in quanto relazionati rispettivamente all’etere ed al Sole. È abbastanza evidente la correlazione con le teorie filosofiche, in particolare nella definizione di Anima Mundi, evidentemente importata da Plotino e da altri autori, per riferirsi all’Azoto, acronimo cabalistico usato proprio per riferirsi all’etere.

Ovviamente, la Pietra Filosofale rimane un mito ed un sogno di ancora molti appassionati di spagiria e di Alchimia, mentre l’etere così come inteso da Aristotele fu confutato dalla scienza Galileiana, mettendo fine a quella ricerca filosofica sulla sua natura e sulla stessa essenza del divino. Quel che è certo è che il concetto di “etere” o di “quintessenza” non lascerà mai il nostro immaginario, essendosi infiltrato anche nel nostro linguaggio comune, denotando una strana fascinazione che questo mistico elemento ha, ancora oggi, sull’uomo.

 

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