di Angelo Portale

Qualche anno fa, in riferimento alla crisi economica mondiale, Benedetto XVI, in un suo intervento, affermò che le analisi degli specialisti potevano servire sí, ma non fino a risolvere radicalmente la questione. Asserì che il problema e quindi la soluzione, fossero di natura esclusivamente antropologica. Molti esperti di questa ceppa, nella loro superbia intellettuale, lo presero in giro per tali parole che furono ritenute banali.

Cosa voleva dire, allora, papa Benedetto, parlando di problema antropologico? Molto semplice da comprendere per chi è onesto e retto di cuore, ma difficile da capire e da accettare per chi è disonesto e accecato purtroppo (così non dovrebbe essere perché la conoscenza dev’essere luce) dalla sua scienza. Voleva dire che tutte le analisi e le strategie non possono risolvere il problema alla radice se l’uomo, se coloro che fanno scelte a livello mondiale, se coloro che decidono sull’economia, agiscono per interessi personali, se trafficano, se continuano ad essere disonesti, se non agiscono con l’intento di servire ma di aumentare il potere e arricchirsi.

Ogni problema di ingiustizia, nella società, nasce sempre dal cuore dell’uomo, dal suo cuore corrotto. Non c’è nulla da fare: io non vedo assolutamente altre spiegazioni così radicali e quindi adeguate. Le altre tipologie di valutazioni e analisi vengono soltanto dopo e possono essere efficaci solo se alla radice si risolve questo tipo di problema: l’uomo deve cambiare il suo cuore.

Ho voluto partire da questo aneddoto perché lo stesso sta succedendo su quanto dice Papa Francesco a riguardo della guerra in Ucraina. Sono in tanti che affermano: “faccia il papa”. Sono tanti che ridono delle sue affermazioni definendole scontate o banali, eppure se cercassimo di ascoltarle senza pregiudizi non è assolutamente così. Sono di certo affermazioni che usano un linguaggio semplice e diretto ma non per questo mediocre nelle analisi. Papa Francesco sta dicendo la verità e, ispirato dal Vangelo, sta andando alla radice della questione. Il Vangelo è anche un trattato di altissima antropologia. La verità è semplice ma difficile da capire e da accettare se essa non abita già nel cuore di chi ha il potere. È difficile da accettare da chi non cerca autenticamente il bene. È assolutamente così.

Del discorso pronunciato nel post-Angelus di ieri ho selezionati tre frasi che mi hanno colpito moltissimo e che si collegano con questa premessa. Sono affermazioni semplici ma spiegano la complessità della situazione. Sono affermazioni molto “domestiche” nello stile ma molto solenni per il peso del loro contenuto. È questo d’altronde lo stile di Papa Francesco.

1. La guerra è il “luogo” «Dove i potenti decidono e i poveri muoiono». Questa è la triste e ingiusta realtà purtroppo, fermo restando che se fossero stati loro a rischiare la morte senz’altro le decisioni sarebbero state diverse. Fin quando ogni potente non si rende conto che il “potere” è per “poter fare il bene”, ed infatti i potenti hanno molti più mezzi della gente comune, appunto per impiegarli nel bene, per “poter fare il bene”, fin quando non scelgono di usare il potere così – dicevamo –, andando contro i loro stessi privilegi e “convizioni, a morire saranno sempre i poveri, la gente comune.

Il potere dev’essere servizio. Il potere è servire, non servirsi. Banale dirlo? Scontato dirlo? Abbiamo inventato l’acqua calda? Forse, ma se non è inteso e realizzato così, il potere non sarà mai a servizio della cura del prossimo. La guerra è il luogo dove i potenti fanno i sofisticati, gli intellettuali, gli esperti ma ai quali possono benissimo essere dedicati, a ciascuno singolarmente, i seguenti versi: «Sei ancora quello della pietra e della fionda, – governante del mio tempo. Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte, t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo […]».

Attenzione, sia chiaro, non è una condanna dei governanti solo perché hanno potere ma unicamente perché e quando usano in modo malvagio il potere.

2. La guerra è «Luogo di morte dove i padri e le madri seppelliscono i figli». Quanto è reale, vera e tragica questa affermazione! Nella guerra non sono i figli dei potenti a morire, ma i figli di gente comune come noi. Non sono i potenti a seppellire i propri figli ma padri e madri come te, madri e padri come tuo padre e mia madre. Non sono i fratelli dei potenti a morire, ma i fratelli di gente comune come noi. Non sono gli amici dei potenti a morire, ma gli amici di gente comune come noi. Spesso tra i combattenti non ci sono neanche soldati addestrati ma poveri giovani presi e mandati al fronte. Costretti. Giovani che non farebbero del male ad una mosca ma obbligati, dal contesto, in quel contesto, ad uccidere e torturare. Giovani che si chiamerebbero volentieri «Fratelli» tra di loro ed invece, «Come foglie d’autunno sugli alberi», cadono senza termine per terra, o diventano “vento crudele” gli uni per gli altri. Come direbbe Giuseppe Ungaretti.

Si diventa folli sul ring della guerra. Si perde il senno. Si perde la coscienza della gravità del male, si fanno cose atroci e se vivi si rimane, ci si tormenterà tutta la vita per quanto fatto.

In questi giorni spesso mi tornano in mente alcuni versi di Quasimodo: «E come potevamo noi cantare tra i morti abbandonati nelle piazze […] al lamento d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo […]» e mi chiedo: ma come può un potente non rabbrividere, come può un governante non sentirsi tormentato nella coscienza di fronte a tanta morte e distruzione? Come è possibile anestetizzare la coscienza così tanto?

Nella guerra, parafrasando Ungaretti, non è quello dei potenti «il cuore più straziato», né quello dove «nessuna croce mancherà». Non sono quelle dei potenti «le case delle quali non rimarrà che qualche brandello di muro» ma quelle dei poveri civili.

3. «La guerra non può essere qualcosa di inevitabile». Lo diventa quando gli interessi di parte, di qualsiasi tipo sono, prevalgono su quelli di coloro che non hanno “voce potente”. La guerra può essere evitata, ogni guerra potrebbe essere evitata, se la giustizia prendesse il posto dell’ingiustizia. Utopia? Sì, purtroppo, fin quando ognuno di noi non decide di cambiare il suo cuore. No, per fortuna, se beneauguratamente prendiamo sul serio la dignità della nostra umanità, in quanto a diritti da chiedere ma anche da rispettare e in quanto a doveri non solo da pretendere da gli altri ma anche da realizzare noi in primis, con impegno e, quando serve, generosità, disinteresse, abnegazione, gratuità.
4. Conclusione. Io penso che le parole del Papa hanno il diritto, la ragione, il senso, la legittimità, la saggezza per essere ascoltate. In questo momento è uno dei pochissimi a far risuonare il grido dei poveri, con le stesse semplici parole dei poveri. E forse, chissà, proprio perché intuisce che saranno solo i semplici e gli umili che li prenderanno veramente sul serio, come monito per il futuro, come istanza per il presente, ognunodi noi partendo dal nostro “piccolo” presente, per impegnarci, per iniziare a costruire responsabilmente «La civiltà dell’amore».
5. Il Papa in Ucraina? In questi giorni più volte si è fatto riferimento alla possibilità che lui vada in Ucraina. Il presidente Zelens’kyj ha affermato di averlo invitato. Anche il sindaco di Kiev lo ha invitato. Cosa possiamo dire? Andrà? Potrà andare? Tutto è possibile per chi ama ma se vogliamo essere prudenti, se non vogliamo essere precipitosi, né banali, aspettiamo ancora qualche altro “dato di realtà” prima di poter dire qualcos’altro a riguardo. Io personalmente prego per questo e non penso che a Francesco manchi il coraggio per farlo però, malgrado questo desiderio, aspettiamo ancora un po’ prima di affermare altro. Purtroppo anche un viaggio del Papa potrebbe essere equivocato, “propagandato iniquamente”, strumentalizzato nei suoi intenti e generare ulteriori problemi che potrebbero ripercuotersi, alla fine, sempre sulla povera gente e non a favore della pace. Sono convinto che Francesco valuti soprattutto questo aspetto piuttosto che la sua integrità fisica. Però, per il momento, nessuno ci vieta di desiderare questa possibilità, di pregare per Lui affinché possa prendere la decisione migliore e più efficace, per il bene dei civili.