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venerdì, 12 Aprile, 2024

LA FELICITA’? E’ ANCHE SEGUIRE IL PROPRIO DEMONE COME DICEVA ARISTOTELE

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di Stefano Sannino

 

Nell’antica Grecia, culla dove molto della nostra cultura prese forma, culla dove quegli insegnamenti sociali ed economici si trasformarono in discipline – vedi la filosofia, la politica, l’arte e la poesia- , la felicità non era solamente uno degli obiettivi che ogni uomo sperava di raggiungere, ma era per alcuni un vero e proprio motivo di vita, il fine ultimo in base al quale tutti gli altri obiettivi individuali venivano stabiliti ed identificati, ossia l’eudaimonia. Il termine greco eudaimonia è una composto dalla particella eu (buono) e dal termine daimon/daimonion (demone), essendo dunque traducibile letteralmente come “buon demone”. 

Sulla scia del pensiero socratico, che vedeva il daimon come una voce della coscienza interiore che indicava al filosofo dove stesse sbagliando e quindi cosa non fosse assolutamente necessario fare, Aristotele intende l’eudaimonia come il “saper seguire il proprio demone, la propria coscienza”. Non solo però era necessario per Aristotele che l’eudaimonia fosse in accordo con la coscienza di ogni uomo, ma anche che seguisse il criterio dell’eccellenza, che formasse cioè l’essere umano all’eccellenza in un determinato gruppo di aretai (virtù).

Per essere felice non bisognava dunque solo dare ascolto alle virtù del proprio animo e alla voce della propria coscienza, ma anche allenarle all’eccellenza, una ricerca ai massimi livelli. 

Abituati all’idea moderna di felicità, intesa come conseguenza dal possedere qualcosa di materiale o dal successo ottenuto con la propria carriera, l’idea aristotelica di felicità potrebbe apparirci strana e confusa, completamente inadatta al mondo moderno in si vive. Se ci sofferma a pensare alla felicità, ci si troverebbe con ogni probabilità a concordare che nella ricerca di questa, l’unica cosa che conta è proprio seguire il “buon demone”, ovverosia la coscienza di ognuno di noi. Una coscienza dalle mille sfaccettature, che cercar però di arrivare alla felicità. All’uomo moderno, Aristotele non ha quindi solo insegnato la felicità, ma anche permesso di ascoltare quella voce interiore che troppo spesso sopprimiamo per dar retta a ciò che ci viene detto dagli altri.

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