di Patrizia Giangualano

L’altro ieri, domenica 31 ottobre, a Glasgow, si è aperta ufficialmente La Cop26, l’evento annuale che riunisce le parti che hanno aderito alla Unfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change), la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Ieri invece c’è stato l’avvio vero e proprio dei lavori con l’incontro dei leader mondiali con oltre 25mila delegati da 197 Paesi.
Il fine ultimo della Convenzione, organo decisionale supremo, è quello di prevenire un’interferenza “pericolosa” dell’uomo sul sistema climatico. La Cop più importante e ricordata da tutti è quella di Parigi del 2015, durante la quale i Paesi si sono impegnati a contenere l’aumento della temperatura globale sotto i 2°C, cercando di limitarlo a 1,5 C, rispetto ai livelli preindustriali. Ogni Paese, all’interno di quell’accordo, si è impegnato con un proprio piano nazionale,  Nationally Determined Contributions (Ndc), da aggiornare ogni 5 anni, a definire contributi determinati e fissare gli obiettivi puntuali per la riduzione delle emissioni di gas serra e le misure per raggiungerli.
L’incontro, nonostante l’Accordo, non parte bene. Alla base delle riflessione del gruppo di lavoro ci sono le considerazioni del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, che, nel loro rapporto del 9 agosto (report Ipcc –Intergovernmental Panel on Climate Change), hanno evidenziato che, se non avverranno riduzioni delle emissioni di gas serra immediate e su larga scala, l’obiettivo di 1,5 gradi – o addirittura di 2 gradi – sarà fuori portata.
Vista la preoccupante situazione attuale, Glasgow è un vista come l’ultima speranza per il futuro del Pianeta, in considerazione anche dei deludenti risultati del G20, ( summit che riunisce le principali economie del Pianeta, responsabili dell’80% delle emissioni di anidride carbonica) riunitosi a Roma, che non ha posto le migliori premesse per il raggiungimento di accordi. Nei documenti conclusivi del summit sono stati eliminati i riferimenti alle “azioni immediate” per limitare l’aumento della temperatura del Pianeta, e il riferimento al 2050 come termine per raggiungere l’equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento di carbonio  (emissioni zero)  facendo genericamente riferimento a “metà secolo”. Inoltre importanti paesi come la Cina e India hanno rispettivamente chiesto lo spostamento al 2060 e nessun impegno specifico.
In questo quadro invece bisogna considerare le numerose aspettative che arrivano dai giovani che si preoccupano del pianeta e che lo erediteranno, ma anche dalle numerose aziende e leader del settore privato che sono sempre più orientati  ad investire in progetti innovativi e nuove tecnologie per affrontare la sfida del cambiamento. Glasgow deve essere l’opportunità per rafforzare la fiducia nei programmi e nei progetti esistenti, per pianificare il futuro e  attrarre  investimenti  in nuove iniziative. Ci aspettiamo chiari segnali  dai  governi coinvolti.
Ma i grandi saranno veramente in grado di tradurre le belle parole e speranze in fatti concreti? La svolta si avrà finalmente quando si metteranno da parte le differenze  e si seguirà tutti insieme la strada della salvaguardia del nostro pianeta.