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venerdì, 2 Dicembre, 2022

Il Rendiconto di Alan Patarga – MELONI SUPERA LA PROVA DEI MERCATI. ANCHE GRAZIE ALL’ASSE CON DRAGHI

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Nel corso della sua prima settimana da premier in pectore, Giorgia Meloni deve aver provato un brivido. Quando Piazza Affari ha cominciato a perdere colpi (non lunedì, subito dopo il voto, ma nei giorni seguenti) e lo spread tra Btp decennali e Bund tedeschi a prendere il volo, era legittimo il timore che un film già visto undici anni fa con l’abbattimento per via finanziaria del governo Berlusconi potesse nuovamente essere proiettato sui “migliori” schermi d’Europa.

A leggere la stampa italiana orientata a sinistra (quindi quasi tutta), l’allergia degli investitori a un’affermazione in Italia del centrodestra anzi “dell’estrema destra sovranista e populista” sarebbe poco meno di un dogma di fede. “Spaventati” dalla prospettiva di un’Italia “euroscettica e inaffidabile”, come se a impilare 900 miliardi di debito pubblico dalla caduta del Cav. fino ad oggi non fosse stato il Pd con i suoi alleati di turno (con la sola eccezione dei 14 mesi del governo gialloverde). La verità è però tutt’altra e gli osservatori indipendenti che certificano questa lettura sono più numerosi di quanto si pensi. Giorgio Arfaras, direttore della Lettera economica del Centro Einaudi, certo non un meloniano, in un’intervista all’Agi ha spiegato bene come la vittoria alle elezioni italiane di Fratelli d’Italia e del centrodestra fosse “già stata prezzata dai mercati, una vera alterazione dei prezzi non c’è stata e non poteva esserci: lo spread è rimasto dov’era e la Borsa, già morta dal 2008, ha fatto solo un piccolo rimbalzo”. Una riflessione, quella dell’economista einaudiano, che prosegue: “Se le promesse di Meloni saranno mantenute, e cioè una qualche austerità di bilancio e il filo europeismo, considerando che gli altri due partiti della sua coalizione hanno raccolto insieme la metà dei voti di Fdi, dovrebbe essere un meccanismo di stabilizzazione. Anche perché non può permettersi di perdere i soldi del Pnrr e innescare una crisi finanziaria”.

IL PATTO TRA GIORGIA E MARIO

Qualche giorno fa, il quotidiano la Repubblica forzando un po’ i toni sulla collaborazione tra il premier uscente Draghi e Giorgia Meloni – che dovrebbe succedergli tra poco più di due settimane – ha titolato in prima pagina su un presunto “patto” tra i due. Ne hanno scritto due firme di primo piano del giornale, Claudio Tito e Tommaso Ciriaco, in questi termini: “Un nuovo patto tra Popolari e Conservatori europei. Un percorso che possa portare fino alla condivisione, tra un anno e mezzo, di un candidato o una candidata alla presidenza della Commissione. E determinare un nuovo equilibrio politico nel Vecchio Continente. Giorgia Meloni ci sta provando”. E ancora: “Un compromesso per accreditarsi con l’Europa. Una capriola per sopravvivere a slogan bellicosi impossibili da rispettare. Poche ore dopo la fine della campagna elettorale, Giorgia Meloni archivia le carezze politiche a Orban e la promessa di ‘spezzare le reni’ all’asse franco-tedesco. E si affida a Mario Draghi. Al suo ‘ombrello’ con le Cancellerie continentali. Secondo quanto riferiscono fonti diplomatiche di Parigi, Berlino e Bruxelles, il presidente del Consiglio in carica ha contattato Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Ursula von der Leyen. Garantendo per la leader di Fratelli d’Italia”. Ora, citarsi non è mai elegante, ma sia concessa una deroga per una volta. Lo scorso 26 agosto, proprio in questa rubrica,

scrivevamo così: “Fino ad allora (cioè fino al risanamento delle finanze pubbliche e al varo di una strategia energetica nazionale che garantisca una sostanziale autonomia, ndr) servirà un ombrello da aprire sulle nostre teste: tra il 2011 e il 2019 è stato Mario Draghi a tenerne il manico, salvando l’Euro ma anche tutelando l’Italia con l’acquisto massiccio di titoli di Stato che hanno allontanato gli speculatori. Ebbene, se Giorgia Meloni sarà veramente il prossimo presidente del Consiglio, accetti questo consiglio non richiesto: faccia un accordo quadro con il Pd per un avvicendamento immediato – già a ottobre – tra Paolo Gentiloni e Mario Draghi nel ruolo di Commissario europeo all’Economia. E, se possibile, lavori in qualità di presidente dei Conservatori europei a un allargamento della maggioranza che porti l’ex presidente della Bce prima (meglio) o dopo le prossime elezioni per il Parlamento di Strasburgo alla guida della Commissione. Tra i due, si dice, nonostante le distanze c’è intesa e stima. Non sprechiamo questa affinità”.

I MALATI D’EUROPA? TEDESCHI E INGLESI

Va da sé che i due non potranno confermare pubblicamente alcun “patto”. Ma la sostanza è esattamente quella: Meloni non entra nell’agone governativo europeo come un’outsider (verrebbe da dire, una Le Pen qualunque), ma avendo in mano gli strumenti per costruire un nuovo quadro politico di cui può diventare il perno. Che il ruolo di Draghi venga formalizzato con un incarico alla Commissione direttamente, o con la nomina a segretario generale della Nato, favorendo in tal caso successivamente l’ascesa a Bruxelles della maltese Roberta Metsola (già eletta alla guida del Parlamento con voti popolari e conservatori), sono nient’altro che dettagli tecnici. Il punto è che i socialisti rischiano fortemente di restare emarginati dall’esecutivo comunitario e i liberali – per non subire la stessa sorte – potrebbero convincersi a unirsi all’esperimento di una “maggioranza Metsola”. La calma dei mercati nei confronti dell’Italia si spiega anche così. Le fonti di preoccupazione, semmai, sono altre: e le illustra bene, con prosa tecnica e dunque asciutta, il bilancio della settimana di Mts (Mercato telematico Titoli di Stato). “Il mercato del reddito fisso – si legge nella nota – all’indomani delle elezioni si dimostra stabile seppur si evidenzia un generalizzato aumento dei rendimenti contestualizzato nell’ambito della progressione della crisi energetica tra Russia ed Europa e dalle turbolenze valutarie iniziate dapprima con un dollaro ai massimi da anni, e con una sterlina fortemente svalutata dalle politiche britanniche”. Insomma, spaventa la super manovra di Liz Truss, che ha costretto la Banca d’Inghilterra a correre ai ripari acquistando Gilt (i bond britannici) come se non ci fosse un domani, e spaventano le ripercussioni della crisi energetica che non consistono soltanto nella riduzione delle forniture acuita dal sabotaggio al gasdotto Nord Stream (e sarà utile capire ad opera di chi), ma dalla reazione scomposta dell’Europa. Nelle ultime ore, abbiamo assistito a uno spettacolo poco decoroso: un’Unione tale sono nel nome ha deciso di non decidere ancora su una strategia comune di ampio respiro, rinviando ulteriormente il momento della verità, mentre la Germania ha scelto di fare da sé, con un bazooka da 200 miliardi di euro da spendere per ridurre il prezzo del metano ai soli utenti industriali e domestici tedeschi. E questo mentre il vice cancelliere e ministro dell’Economia di Berlino, Robert Habeck, diceva testuale: “La mia controproposta è sempre la stessa: chi mi dice cosa succede se non arriva abbastanza gas all’Unione europea? Finora mi è stato detto solo che la carenza sarà ridistribuita in tutta l’Europa. Ma questo politicamente non basta, rischia di portare l’Ue al limite se non alla sua fine”. Insomma, dicono i tedeschi, il tetto europeo al prezzo del gas chiesto da 15 Paesi e promosso proprio da Draghi rischia di far chiudere i rubinetti a tutti i fornitori, con conseguenze disastrose per l’Unione perché, presumibilmente, ci azzanneremmo per accaparrarci l’ultimo metro cubo di metano. Vero? Forse sì, ma parole come queste sono pietre che rischiano di affossare per sempre il sogno europeo. E non vengono certo da un governo “populista, sovranista, di estrema destra”. Che ancora non c’è, ma ai mercati non pare dispiacere così tanto.

di Alan Patarga

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