Il Rendiconto di Alan Patarga – L’ITALIA SEGNA UN PUNTO CONTRO LE ECOFOLLIE DELL’UE, MA OGNI GIORNO SI APRE UN NUOVO FRONTE

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Il Coreper, sigla che sta per Comitato dei rappresentanti permanenti (leggi: ambasciatori o vicecapi delegazione presso l’Ue), ha dovuto prendere atto che non esiste una maggioranza qualificata disposta a votare a favore dello stop ai motori a benzina e diesel a partire dal 2035. La pressione di un gruppo di Paesi tra cui l’Italia, la Polonia e la Repubblica Ceca, con l’aggiunta dell’astensione annunciata dalla Bulgaria e il mal di pancia della Germania, è stata sufficiente a non far arrivare mai a una votazione: allo slittamento di mercoledì scorso ha fatto seguito quello di venerdì e martedì 7 marzo il Consiglio dell’Unione europea che avrebbe dovuto ratificare il provvedimento non lo avrà invece nemmeno all’ordine del giorno. Il tema è rinviato “a data da destinarsi”.

MELONI GONGOLA

Giorgia Meloni, impegnata nel viaggio in India ed Emirati Arabi, da Abu Dhabi ha rivendicato il successo del suo esecutivo, impegnato in primissima linea contro l’ipotesi di un divieto assoluto di vendita di auto e furgoni con motori endotermici di qui a dodici anni. “Giusto puntare a zero emissioni di Co2 nel minor tempo possibile – ha spiegato la premier – ma deve essere lasciata libertà agli Stati di percorrere la strada che reputano più efficace e sostenibile. Questo vuol dire non chiudere a priori il percorso verso tecnologie pulite diverse dall’elettrico. E’ questa la linea italiana che ha trovato largo consenso in Europa”. Insomma, non possiamo fare le cavie della transizione ecologica, mettendo magari a rischio l’industria automobilistica già provata da decenni di crisi. La partita non è chiusa: Ursula von der Leyen, che per l’effettiva realizzazione del suo Green New Deal conta di essere ricordata al termine del suo mandato (e magari rinnovata il prossimo anno, dopo le elezioni per l’Europarlamento) non sembra intenzionata a darsi per vinta e potrebbe tentare già nelle prossime ore di vincere le resistenze di Berlino, finora ago della bilancia in questa vicenda.

IL NODO DELLA CASA GREEN

Senza contare che – anche qualora venisse vinta la battaglia delle auto – altre ne restano da combattere. In ordine di urgenza, la successiva è quella sulla cosiddetta “Direttiva case green”, che potrebbe imporre l’obbligo di portare tutti gli edifici privati – ad eccezione di quelli di valore storico-culturale – in classe E a partire dal 2030 e in classe D già nel 2033. Un’impresa pressoché impossibile in molti Paesi e in particolar modo in Italia, dove circa il 75 per cento del patrimonio immobiliare risulta attualmente classificato nelle categorie F e G, le meno efficienti sul piano energetico. Centri studi e associazioni di categoria hanno valutato in non meno di 1.500 miliardi di euro il costo degli interventi di adeguamento che andrebbero affrontati dai proprietari di case in Italia per restare al passo con i desiderata dell’Europa. Per capire l’enormità della cosa, basta passare in rassegna i numeri del Superbonus, appena ricordati dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb): 120 miliardi spesi, 18 miliardi generati a livello di Pil per un saldo negativo di oltre 100 miliardi di euro che è costato un’impennata di 2 punti e mezzo di deficit nel 2022.

E LA PARTITA DELLA CHIESA

Ma non è ancora tutto. Mentre Roma festeggiava il fallimento europeo sul dossier auto (con la Commissione che professava la volontà di ricercare una soluzione sulle emissioni all’insegna della “neutralità tecnologica”: una palese retromarcia), da Bruxelles è arrivato un altro colpo. L’esecutivo comunitario ha infatti ordinato all’Italia di recuperare gli “aiuti di Stato illegali” concessi a determinati enti non commerciali sotto forma di esenzione dall’imposta comunale sugli immobili (Ici) dal 2006 al 2011. La decisione fa seguito a una sentenza del 2018 della Corte di giustizia europea che annullava parzialmente una decisione di Bruxelles del 2012, che pur condannando l’esenzione non imponeva il recupero delle somme. Ora si cambia ancora: il governo italiano dovrebbe battere cassa con chi ha goduto di questo trattamento di favore, come le attività che pur avendo natura economica sono svolte da enti non commerciali. La Chiesa cattolica, per esempio, che dovrebbe saldare almeno in parte un conto da 100 milioni di euro per ogni anno di esenzione. Sul punto, un portavoce della Commissione Ue è stato esplicito: “Gli enti che svolgono attività non economiche come quelle strettamente religiose – ha spiegato – non saranno interessati dall’ordine”. Ma se le attività sono di natura economica, occorre recuperare i mancati versamenti. Per un esecutivo che ha tutte le intenzioni di avere i migliori rapporti possibile con Oltretevere, un recupero crediti che non potrà non essere fonte di imbarazzo.

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