di Alan Patarga

Campagna elettorale, irrompe il tema pensioni. E visto che è tempo di mietere consensi, ovviamente tutti i partiti e le coalizioni tendono a promettere quello che gli elettori vogliono sentirsi dire: e cioè che sarà possibile dire addio al lavoro prima del tempo, senza troppe penalizzazioni. Rispetto ad altri dossier, che potrebbero richiedere più tempo, quello previdenziale ha il problema di dover essere affrontato subito, addirittura in parallelo alla Legge di bilancio che impegnerà fin dalle prime battute il governo che uscirà dal responso delle urne. Dal 1° gennaio 2023 infatti, salvo che il Parlamento non disponga altrimenti, entrerà pienamente in vigore la legge Fornero, che prevede il pensionamento a 67 anni e pochissime opzioni di ritiro anticipato.

QUOTA 41

Il centrodestra, dato per favorito nei sondaggi, lavora per il superamento della riforma voluta ormai oltre un decennio fa dal governo Monti. La Lega in particolare, promotrice di Quota 100 ai tempi del governo gialloverde, da anni porta avanti la proposta di applicare la cosiddetta “Quota 41”: uno scenario molto semplice, che prevede la possibilità di andare in pensione in qualsiasi momento, quindi a prescindere dall’età anagrafica, a chiunque abbia accumulato 41 anni di contributi. Anzi: per le donne potrebbero bastarne 39. Idea entrata nel programma elettorale del centrodestra e che realisticamente potrebbe vedere la luce prima di Capodanno. Sempre che gli elettori confermino le rilevazioni demoscopiche. Sempre in tema di pensioni, si punta anche a un intervento di sostanza per alzare le pensioni minime a 1.000 euro per tredici mensilità (impegno ribadito da Berlusconi anche nei suoi frequenti videomessaggi e che riecheggia quanto l’ex premier fece nel 2001 appena arrivato a Palazzo Chigi, quando le minime furono innalzate a un milione di lire, cioè i 500 euro tuttora in vigore).

SINISTRA PER LO STATUS QUO (MA POI…)

Segue la “logica del cacciavite” il Pd, con i suoi alleati. Almeno per quanto riguarda quel che è scritto nel programma. Si punta infatti alla proroga delle misure di flessibilità in uscita già in vigore: l’Ape sociale, e cioè la possibilità di dire addio al lavoro a 63 anni, ma solo per i “lavoratori in difficoltà”; Opzione Donna, per le lavoratrici dai 60 anni in su, ma a patto di percepire l’assegno con il solo calcolo contributivo, e quindi mediamente più basso del 20-30% rispetto a quanto si sarebbe incassato aspettando fino ai 67 anni. Fin qui quello che è messo nero su bianco. Ma c’è chi ricorda un tweet di appena un anno fa (settembre 2021) di Carlo Cottarelli, ora tra i front runner alle elezioni per Pd/+Europa e probabile ministro dell’Economia nel caso il centrosinistra riuscisse a ribaltare i pronostici elettorali. Allora l’ex commissario alla Spending Review era ancora un “tecnico” teoricamente libero di dire quello che gli passava per la testa senza dover fare troppi calcoli, ma proprio per questo quel tweet potrebbe essere rivelatore: “In Giappone – scriveva – l’età di pensionamento effettiva (non legale) è di 71 anni per gli uomini e di 69 per le donne. Ricordiamocelo quando discuteremo l’uscita da Quota 100”. Uscita che c’è già stata e che ha prodotto Quota 102 (somma data da 64 anni di età più 38 di contributi), un compromesso trovato dall’esecutivo Draghi per mettere insieme chi predicava il ritorno all’austerity previdenziale con chi invece avrebbe mantenuto volentieri la finestra di anticipo. Sarebbe interessante sapere da Cottarelli se riscriverebbe quel tweet e se i suoi alleati sarebbero d’accordo a valutare un ulteriore innalzamento dell’età pensionabile: lo stato delle casse dell’Inps, al di là della retorica apocalittica molto in voga da almeno un decennio, in realtà non suggerisce l’urgenza di alzare ancora l’asticella. Basterebbe, come ripete da anni uno dei massimi esperti italiani del settore, il professor Alberto Brambilla che guida il centro studi Itinerari Previdenziali, separare i destini della previdenza (in sostanziale pareggio) da quelli delle spese per l’assistenza (le prestazioni non coperte da contribuzione: invalidità, misure varie di welfare). Cosa che avviene in moltissimi Paesi, e non nel nostro. Quanto all’esempio giapponese: sarebbe fin troppo facile dire che in quel Paese si sciopera continuando a lavorare, che chi va in ferie lo fa sapendo che i colleghi dovranno lavorare anche le sue ore, che c’è uno dei più alti tassi di suicidi al mondo e che il vero problema si chiama demografia, cioè non si fanno figli. E infatti, nonostante i tempi biblici di pensionamento, il debito pubblico nipponico è tuttora il più elevato del mondo.

DA TRIDICO AI FORNERIANI

Infine, gli altri due contendenti. Il Movimento 5 Stelle, in fatto di pensioni, si affida alla cosiddetta “Opzione Tridico”, dal nome del presidente in carica dell’Inps, espresso proprio dai pentastellati in quanto ideatore del Reddito di Cittadinanza. La proposta, di per sé, è semplice: si andrebbe in pensione a 63 anni, ma soltanto con calcolo contributivo dell’assegno. Chi avesse anche una parte di contribuzione con sistema retributivo, vedrebbe il conguaglio al compimento del 67° anno di età.
Ancora più semplice la via scelta dal Terzo Polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda: per loro la Fornero va bene così.