di Alessandro Giugni

«Prima di tutto venivano gli animali. Non la fotografia, gli animali. O, per meglio dire, prima veniva il mio amore per gli animali. La fotografia non era che lo strumento migliore per comunicare la mia passione per la loro vita, la forza di seduzione che esercitavano su di me».
Con queste parole Nick Brandt, fotografo britannico nato a Londra nel 1964, apre uno dei suoi libri più noti in assoluto, Nella terra ferita, una pubblicazione questa, edita da Contrasto nel 2013, che si pone a conclusione di un trittico di opere relativo al mondo animale africano.
Era il 1995 quando Nick Brandt, incaricato della realizzazione del video musicale della canzone Earth Song prodotta e interpretata da Michael Jackson, mise per la prima volta piede sul suolo africano. Dopo pochi giorni di permanenza, il fotografo britannico si era già innamorato dell’Africa, della sconfinatezza dei suoi paesaggi, delle tradizioni dei popoli e dei maestosi animali che popolano questa porzione del pianeta Terra. Fu così che, in un primo momento, decise di dedicarsi alla realizzazione di un lungometraggio volto a raccontare le mille sfaccettature di una realtà che, dietro a un velo di apparente semplicità, cela un’incredibile complessità. Dopo alcuni mesi di lavoro, però, Brandt prese coscienza di come un progetto di tal genere difficilmente sarebbe stato in grado di suscitare l’interesse dei più noti (e facoltosi) produttori ai fini dell’ottenimento dei sostegni economici necessari alla sua realizzazione. Per questo motivo, dopo alcuni, vani, tentativi di ottenere i finanziamenti necessari, egli decise di abbandonare l’idea del lungometraggio in favore della realizzazione di un vero e proprio reportage fotografico. «La fotografia, invece, permette di creare fin da subito, in modo diretto: come e quando vuoi. Non devi render conto a nessuno. Ti dà il pieno controllo della tua vita creativa. Ed è pura gioia».
Fu così che, verso la fine del 2000, si diresse in Africa Orientale, luogo questo dove, nel corso di 13 anni lunghi anni di lavoro, diede vita alle fotografie che compongono il trittico del quale parlavamo in apertura: On This Earth (In questo mondo, edito da Contrasto nel 2005), A Shadow Falls (Scende un’ombra, edito da Contrasto nel 2009) e, infine, Across The Ravaged Land (Sulla terra ferita). L’unione dei titoli delle tre opere (In questo mondo scende un’ombra sulla terra ferita) tradisce la visione profondamente pessimistica maturata dal fotografo britannico relativamente, da un lato, alla sorte delle specie animali che popolano l’Africa e, dall’altro, alla crudeltà e alla totale assenza di rispetto da parte dell’essere umano nei confronti degli altri esseri viventi. Se le fotografie presenti nel primo volume sono un elogio alla magnificenza degli animali africani (un esempio su tutti quella del leone intento a scrutare imperterrito l’orizzonte nonostante il forte vento, fotografia che può essere vista cliccando qui), in A Shadow Falls, prima, e in Across The Ravaged Land, poi, la narrazione di Brandt assume toni cupi e sempre più drammatici. Un cambiamento, questo, dovuto alla tragicità degli eventi dei quali lui stesso è stato diretto spettatore.
A causa della incontenibile crescita della domanda di avorio, registratasi nel primo decennio del XXI secolo, da parte dei più ricchi uomini di Cina, Arabia Saudita, Russia e Qatar, il bracconaggio è passato dall’essere un fenomeno marginale a una realtà consolidata che si traduce nell’abbattimento di circa 35.000 elefanti all’anno. Ciò significa che il 10% della intera popolazione di elefanti al mondo viene abbattuta ogni 12 mesi. Stessa sorte è toccata ai rinoceronti, il corno dei quali è divenuto oggetto dei desideri in Estremo Oriente (al punto che la sua quotazione di mercato è attualmente superiore a quella dell’oro), e ai leoni, essendo i loro artigli e denti richiestissimi nel mercato asiatico da quando la caccia delle tigri è divenuta pressoché impossibile.
E, così, Nick Brandt, negli oltre dieci anni di lavoro in Africa, si è trovato a doversi confrontare con un’escalation di violenza. Esemplare il caso di Qumquat, una delle più celebri matriarche che vivevano nel Parco Nazionale di Amboseli, nel Kenya meridionale. Brandt racconta di come il 27 ottobre 2012 poté avvicinarsi senza alcuna remora a questo magnifico esemplare di elefante, alla sua prole, composta dagli elefanti Qantina e Quaye, e a un altro piccolo gruppo di elefanti, così da poter scattare loro alcuni ritratti (clicca qui per vedere una delle fotografie in questione). Esattamente ventiquattr’ore dopo che i loro volti erano stati fissati sulle pellicole di Brandt, uno dei più noti cacciatori di frodo dell’Amboseli sterminò l’intera famiglia per accaparrarsi le loro zanne. Quella terra che in On This Earth era un paradiso ha assunto i contorni di un luogo cupo, quasi fosse un’anticamera dell’Inferno, in Across The Ravaged Land.
Una testimonianza, quella fornitaci da Brand, che non può lasciare lo spettatore indifferente.