di Martina Grandori

 

Si torna a parlare di climatariani, fronda un po’ estremista di persone sparse perlopiù nei paesi ricchi, che prima di mangiare calcola sempre l’impatto ambientale del cibo. Lo racconta in un’interessante inchiesta – che in realtà è più uno spaccato di dove la società contemporanea è arrivata in termini di integralismo ambientalista – il New York Times, ricordando che il termine “climatarian” è stato citato per la prima volta sul New York Times nel 2015, entrato nel Cambridge Dictionary l’anno successivo e ora sta diventando sempre più comune. Climatariano va così a sostituire degnamente “ecotarian”, ecotariano, ossia una persona che mangia solo cibo che sia stato prodotto in modo ecosostenibile, usato per la prima volta nel 2005 da un gruppo di ricercatori dell’università di Oxford. Una parola, però, che di fatto non ha mai attecchito.

Stilare l’identikit del vero climatariano non è cosa da poco: cerca di ridurre l’impatto ambientale, le emissioni di CO2 della propria dieta acquistando prodotti locali (minor impronta di carbonio) e stagionali, limitano moltissimo o aboliscono la carne (gli allevamenti intensivi sono una delle principali cause delle emissioni di gas), e cercano di evitare ogni forma di spreco di cibo comprando l’indispensabile quotidianamente e utilizzando in maniera creativa ogni parte dell’alimento. Ridurre per aiutare il pianeta, ridurre per contrastare la crisi climatica causata anche dalle manie alimentari che l’uomo innesca. Un esempio? Le coltivazioni intensive di avocado in America Latina: l’impatto ambientale di questi campi è ad alta intensità di carbonio, la logistica produttore-distributore è complessa e poco sostenibile, e hanno impoverito molti fiumi e laghi. E tutto per colpa dall’avvento della moda  dell’avocado toast e del  guacamole. Le connessioni cibo-ambiente sono più che evidenti e anche l’inchiesta del New York Times lo dichiara senza veli, se tutti mangiassimo 2 porzioni e mezza anziché 3 e mezza di carne rossa a settimana, gli obiettivi dell’accordo di Parigi del 2015 sarebbero molto più vicini e fattibili. Ovviamente nella patria delle contraddizioni qual’è l’America, esistono già marchi ad hoc per climatariani, i “software della sostenibilità” per aiutare le aziende alimentarti a calcolare l’impatto ambientale dei loro prodotti sono in crescita. Non potevano mancare i menù con piatti contrassegnati per i climatariani, che di fatto non sono necessariamente vegetariani, vegani, pescetariani o altro. Semplicemente fanno delle emissioni il punto di partenza per la loro alimentazione etica che rispetta l’ambiente. 

Interessante riflessione è il Come mangiamo. Le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari di Peter Singer e Jim Mason (Il Saggiatore), un modo per imparare a conoscere questa filosofia di vita che sta influenzando il mercato nel segno della sostenibilità, e farsi un’idea propria.