di Susanna Russo

Il Prof. Fabrizio Ernesto Pregliasco è il Direttore Sanitario dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi, oltre che Professore associato di Igiene Generale e Applicata presso la sezione di Virologia del dipartimento di Scienze Biomediche.
Il suo percorso formativo inizia nel 1986 con il conseguimento delle Laurea in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Milano, seguito da una prima specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva ad Orientamento in Sanità Pubblica e una seconda in Tossicologia presso la Facoltà di Farmacia dell’Università degli Studi di Milano.
Dal 2013 è Presidente Nazionale dell’ANPAS – Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze e Vicepresidente di SAMI Samaritan International. Autore di expert reports per la registrazione europea di un vaccino e di farmaci antinfluenzali, nel corso della sua carriera annovera la collaborazione in 12 sperimentazioni cliniche di vaccini e farmaci antivirali.

 

Non si fa che parlare di “salvataggio delle festività natalizie”: quanto stiamo rischiando? E come dobbiamo muoverci ora?

 «Intorno a noi,  il resto d’Europa, sta messo peggio e, rispetto agli altri Paesi, noi stiamo vivendo una situazione abbastanza positiva, perché siamo comunque a buon punto col piano vaccinale e perché abbiamo optato per una scelta istituzionale che ha trovato un’attuazione progressiva, caratterizzata da aperture prudenti. Adesso assistiamo ad un colpo di coda fisiologico. La pandemia ha un andamento paragonabile a quello dei cerchi di propagazione che si creano intorno ad un sasso gettato nello stagno. Abbiamo superato l’estate, ma l’inverno facilita la diffusione del virus; inoltre, la vaccinazione ci ha permesso di riaprire, ma questo porta con sé la possibilità di avere più contatti, e quindi di infettarsi. L’entità effettiva di questa ulteriore ondata dipende da noi, da quanto rivacciniamo, dobbiamo proteggere le difese di tutti per fare terra bruciata al virus. In definitiva: dipende da come attueremo e reagiremo alle prossime indicazioni e limitazioni.»

 

C’è ancora tanta confusione riguardo il vaccino per i bambini; è a suo parere giustificata la preoccupazione che aleggia a questo riguardo?

 «Le vaccinazioni hanno sempre creato questa preoccupazione e, questo vaccino in particolare, sconta la rapidità con cui è stato realizzato e la sua componente genetica; queste due cose hanno reso più difficile la sua accettazione. Già con la variante Delta, i bambini sono più coinvolti che con la versione originale del virus, perché prima erano effettivamente meno soggetti all’infezione. I bambini rappresentano una parte importante della popolazione, e non è che siano proprio tranquilli e sempre capaci di rispettare restrizioni e distanziamenti, come è naturale e giusto che sia.
In questa fase epidemiologica, l’occasione di vaccinarsi è da cogliere perché riduce il bacino di propagazione del virus. Anche il Primo Ministro francese, per fare un esempio, è stato contagiato dalla figlia adolescente. Le ultime varianti, inoltre, non sono una passeggiata; per la variante Delta 340 bambini sono finiti in terapia intensiva e 34 sono morti, è anche per loro “una roulette russa”.
Alcuni colleghi hanno qualche dubbio, ritengono sia meglio vaccinare prima i soggetti più a rischio e lasciare per ultimi i bambini, ma si tratta di leggere titubanze che finiscono per creare troppo allarmismo tra la popolazione. Per concludere: se autorizzata, io la vedo una possibilità utile e necessaria. L’anno prossimo poi non servirà più, basterà vaccinare i soggetti più fragili.»


Com’è possibile che, ancora oggi, anche tra specialisti, ci siano pareri così discordanti su questo virus?

«Si tratta di un virus nuovo, che stiamo studiando, e stiamo assistendo apertamente al modo in cui si fa ricerca, si condividono i dati. Poi, se si va anche da due idraulici, o dei commercialisti, ad esempio, le opinioni spesso divergono.
Stiamo procedendo “step by step”, ed è normale voler approfondire la conoscenza mano a mano che si acquisiscono nuovi dati. C’è comunque un limite alla perfettibilità.
Spesso poi, la comunicazione confusa, come è avvenuto per il vaccino AstraZeneca, distrugge possibilità.»

 

Quante le costano i vari litigi che si ritrova a dover affrontare per portare avanti le sue tesi scientifiche?

«Io sono professore di Igiene Generale alla Statale di Milano, oltre che Direttore Sanitario, e la divulgazione scientifica, in termini di promozione, fa parte di quello che insegno. Da tempo mi occupo quindi di questa divulgazione, ed è un impegno; purtroppo, in alcuni contesto televisivi, si incentra tutto sulla discussione, che con i tempi televisivi non si riesce poi ad esplicitare fino in fondo. Il gioco diventa così quello di prestare attenzione a colui che sta più simpatico nella sua capacità di interloquire e comunicare. Spesso finisce che chi insinua un dubbio è colui che vince; i dubbi sono che io sia retribuito, che sia connivente, immischiato con giochi giudaico-massonico complottisti. È più facile credere a questo, piuttosto che alla realtà dei fatti, come alle colonne di bare che uscivano dagli ospedali. Anche noi, al Galeazzi, abbiamo avuto una situazione pazzesca ai tempi.
Io credo che alcuni colleghi non si rendano conto della responsabilità che hai quando ti rivolgi ad un ampio pubblico.»

 

A questo proposito, cosa ne pensa della mediatizzazioni di tante figure medico-scientifiche, tra cui anche lei? Com’è cambiata la sua vita, sotto questo punto di vista, dopo l’avvento del Covid?

 «Sicuramente c’è un effetto di negatività: molti e violenti insulti sui social, dove infatti pubblico poco. Se scrivo, lo faccio soprattutto in merito a quella che è la mia attività per l’ANPAS, Associazione Nazionale delle Pubbliche Assistenze, di cui sono presidente; e finisce che le persone si accaniscono pure su quello, creando anche delle discussioni interne.
Anche prima avevo una visibilità, adesso è aumentata, ed è normale che questo abbia dei risvolti negativi, anche se, devo dire, chi mi ha avvicinato, fino ad ora, l’ha fatto sempre in termini positivi, al di là dei soliti leoni da tastiera.»

 

In termini di Green Pass ed “obbligo” a vaccinarsi, a suo parere, quanto è sottile la linea tra sanità e politica?

 «Noi, come tecnici di sanità pubblica, diamo degli input, delle indicazioni di ordine generale, non un manuale da seguire. È chiaro che la cosa migliore sarebbe un bel lockdown, fatto come si deve, impossibile poi nei fatti. Quindi, le varie forze politiche, anche in base al loro orientamento, prediligono delle scelte per la sanità pubblica. È ovvio che il vaccino funzioni: riduce i costi e l’affollamento dei servizi sanitari, ed ha degli effetti positivi anche sull’economia. Quindi le varie nazioni, ognuna con dei distinguo, cerca delle strade da intraprendere che comprendano la vaccinazione, ciascuna secondo la sua sensibilità.»

Sente che ciò che pensa e dice nelle varie trasmissioni televisive, venga strumentalizzato dalle forze politiche per i propri scopi di propaganda?

«Io cerco una moderazione, ma è chiaro che il rischio ci sia.»