di Stefano Sannino

La guerra è un gioco culturale. È difficile ammetterlo, specie per noi occidentali che della guerra abbiamo fatto il nostro lascito ai posteri, ma è così. Dopotutto la guerra non si fa per istinto, non si fa per ottenere nutrimento o privilegi riproduttivi come nei migliori branchi di animali.
La guerra si fa invece per le risorse, per il potere e per la vendetta: tutti costrutti sociali e culturali che con la nostra natura non hanno nulla a che vedere. Se ci pensiamo infatti, quali animali, non abbiamo alcuna inclinazione naturale ad accumulare risorse e ricchezze: finché c’è cibo per la nostra sopravvivenza, non è necessaria nessuna violenza.
Eppure, la guerra ci permette di accumulare, rubare e accatastare le ricchezze degli altri per permettere al nostro gruppo sociale di ottenere uno status vitae migliore ed al contempo, di ridurre quello dei nostri nemici.
Così facendo, il gioco culturale della guerra, perpetra da secoli quei meccanismi di sottomissione che rendono i poveri sempre più poveri ed i ricchi sempre più ricchi.
Quando guardiamo alla storia dell’umanità ci rendiamo conto, senza troppa difficoltà, che la guerra è sempre stata un gioco politico guidato e manovrato da pochi ricchi i quali mandano al macello le masse dei poveri e dei cittadini.
E questo è stato possibile grazie a sentimenti oscuri quali ad esempio il risentimento (basti pensare alle cause dell’ascesa del partito nazista n.d.a.), la bramosia di ricchezza o strampalate teorie della superiorità nazionale e razziale.
Tutti questi elementi culturali vengono da sempre abilmente manovrati da coloro che governano per riuscire ad accumulare sempre più ricchezza, sempre più benessere, sempre più potere internazionale. Tutto questo, alle spese di coloro che in guerra lasciano le loro vite.
Siamo altresì lontani dai tempi in cui la guerra poteva essere considerata anche un’opera d’ingegno e di strategia: ormai i movimenti delle truppe sono poco più che un deterrente, l’abilità nel combattimento è quasi inutile, tutti i mezzi di supporto risultano addirittura superflui. Oggi basta premere alcuni pulsanti, inserire dei codici segretissimi, ed aspettare che la tecnologia della fissione atomica faccia il suo corso.
La guerra è un gioco culturale che ha perso ogni utilità. Le corsa alle risorse è una corsa che nessuna nazione è destinata a vincere: tutte le fonti di energia non rinnovabili sono infatti in via di esaurimento, mentre quelle rinnovabili sono gratuite e alla portata di tutti gli Stati. Cosa accadrebbe a questo perverso gioco della guerra se si abbandonasse l’abitudine all’accumulo ed al furto? Cosa ne sarebbe degli eserciti, delle bombe e dell’artiglieria, se non avessimo più bisogno di petrolio o di gas?
Riflettere sulla guerra non significa sminuire il lavoro delle forze dell’ordine o dell’esercito, ma significa piuttosto rendersi conto che oggi più che mai non è accettabile perpetrare una corsa agli armamenti che non serve più da almeno un secolo.
L’esempio dell’Ucraina, con la solita minaccia di guerra tra le superpotenze mondiali, ci mette davanti a questa semplice – ma chiara – evidenza: la guerra non serve a niente. Non serve a voi, non serve a me, non serve ai nostri cari. La guerra non ci porta nulla, non ci regala nulla.
La guerra, invece, ci toglie tutto. Chiedetelo ai vostri nonni, ai vostri genitori, a chiunque abbia memoria della prima metà del secolo scorso.
Per quanto ancora saremmo disposti a sacrificarci sull’altare degli interessi politici ed economici dei pochi ricchi di questa Terra?
Per quanto ancora i soldi avranno più valore della vita?