di Martina Grandori

Ripartire dalla terra, ripartire dal lavoro manuale stavolta non per un cambio vita di laureati pentiti e desiderosi di rivalorizzare casali di famiglia o territori abbandonati, stavolta è un progetto di reintegrazione di carcerati prossimi alla fine della loro pena. Nasce con questo intento umano e lungimirante il progetto del vino di Gorgogna, la perla di Afrodite più selvatica, 2 chilometri quadrati di superficie, ultima isola-carcere d’Italia, colonia penale agricola dal 1896 e attualmente sezione distaccata della Casa Circondariale di Livorno.  Un’Isola di cui si parla poco, ma ricca di biodiversità, una folta macchia mediterranea, il mare incontaminato, ma anche fortificazioni, testimonianze di antiche civiltà come la piccola chiesa edificata all’inizio del XVIII secolo dai certosini, dedicata a San Gorgonio. In questo perla dell’Arcipelago Toscano, dal 2012, Lamberto Frescobaldi gestisce i 2,5 ettari di terreno demaniale coltivati a vite da cui nascono due vini doc, il Gorgogna bianco, Vermentino e Ansonica, e il Gorgogna rosso a base di Sangiovese. 

Il progetto sociale si chiama “Frescobaldi per Gorgona”, un progetto di rinascimento delle arti e degli uomini, una riabilitazione sociale, una seconda chance di vita, grazie al lavoro di  agronomi ed enologi dell’omonima azienda vitivinicola che lavorano a stretto contatto con i detenuti che trascorrono l’ultimo periodo di detenzione, offrendo loro competenze di viticoltura e vinificazione e permettendo la produzione dei due vini gorgonesi. Il piano di lavoro prevede un’occupazione per i detenuti del carcere di 6 giorni su 7, assunti a rotazione dall’azienda Frescobaldi, sono regolarmente stipendiati, oltre a imparare l’arte della vigna, con corsi di potatura, manutenzione di vigneti, cura delle attrezzature in nome di un riscatto anche lavorativo, a Gorgona i carcerati imparano un lavoro secolare e imparano a ripensare ad un futuro.

Una tradizione vinicola, quella di Gorgona, che risale all’Ottocento, quando i monaci certosini vivevano qui e coltivano la vite, e che oggi dà vita ad un progetto di inclusione sociale a tutto tondo che offre l’opportunità ai detenuti di imparare un mestiere dove fatica e impegno sono il sale quotidiano. 

L’ottima esposizione del vigneto che cresce in un anfiteatro naturale, al riparo dai venti, con molto sole e un terroir arenario perfetto sono il contesto naturale perfetto per raggiungere interessanti livelli qualitativi di vino. La produzione è ristretta, circa 8.500 bottiglie all’anno, destinata a pochi ristoranti, per lo più stellati.

Ma sull’isola non si vinifica soltanto, si alleva, si coltiva, si produce formaggio, perché se c’è un modo speciale per ripartire, è proprio quello del coltivare la terra.