Nel suo viaggio torinese, papa Francesco I ha preso alcune posizioni che sono state definite coraggiose da diverse parti. Ma lo sono davvero? E, soprattutto, hanno credibilità? Proviamo ad analizzarle.

In termini generali non possiamo che notare la vaghezza delle dichiarazioni, frasi molto generaliste, quasi qualunquiste, ma piuttosto vuote, soprattutto se si considera che non corrispondono, poi, ai fatti. Mi concentrerei comunque su due punti. Il primo è quello della convivenza tra le persone nella società. Come possiamo non condividere le parole di Francesco I? Come si può criticare una frase come “Non chiudiamoci in una società che esclude”? Possiamo. Basta verificarne l’attendibilità all’esame dei fatti. La frase, infatti, viene all’indomani di quel family day, dal papa condiviso e salutato positivamente, che di sicuro non voleva essere un momento inclusivo. Insomma, a quanto pare la “società che non esclude” non è per tutti, ma solo per chi corrisponde ai canoni della Chiesa di Roma. Forse il papa avrebbe dovuto precisare meglio il concetto. Si corre il rischio che qualcuno creda davvero che la Chiesa Cattolica Apostolica Romana possa includere e accettare la diversità! Non sia mai!

Altrettanto poco credibili sono le dichiarazioni sulla vicinanza ai disoccupati e ai cassintegrati. Forse si è trattato anche qui di una mancanza di precisione, forse la vicinanza papale è solo e unicamente morale, ma non certo materiale. Perché se davvero Francesco I fosse vicino alle persone in difficoltà non avrebbe indetto un giubileo straordinario che costerà non poco alle casse italiane. Quei soldi (si parla di un costo stimato tra quattrocento milioni e un miliardo di euro) potrebbero essere meglio usati per aiutare, appunto, disoccupati, cassintegrati e altre persone bisognose. Tra l’altro il papa si è indignato per le polemiche sui costi del giubileo dicendo che si tratta di un evento unicamente spirituale. Non so come pensi che siano fatti i pellegrini, forse non ne ha mai visto uno dal vivo e si immagina che siano creature diafane, di puro spirito, incorporee. Ci sentiamo di informare il papa che così non è. I pellegrini mangiano, dormono, camminano, sporcano, producono rifiuti, usano mezzi pubblici e fanno, in sostanza, tutto ciò che un normale visitatore fa in una città. E averne migliaia e migliaia in una sola volta implica, indipendentemente dalla spiritualità, costi non indifferenti. Ma forse Francesco I non li ha considerati perché, alla fine, li paga l’Italia, mica il Vaticano. Anzi, il Vaticano ha solo da guadagnarci in pubblicità e in denaro sonante. I pellegrini portano offerte e dormono negli alberghi romani, parecchi dei quali sono di proprietà della Chiesa. Insomma, le spese a noi, i guadagni a loro. E già questo sarebbe abbastanza per indignarsi. Non capisco perché io debba pagare le tasse per gli interessi del Vaticano. Se lo paghino loro il giubileo. Se fossimo in uno stato liberale alla fine si presenterebbe il conto ai prelati. Del resto uno dei principi più famosi e importanti del pensiero liberale è proprio quello di “libera chiesa in libero stato”, slogan con cui si esprime un concetto semplice: le varie chiese sono libere di praticare la loro religione, ma a spese proprie e senza oneri di sorta (sia politici che economici) per lo stato che dovendo rappresentare tutti non può che essere laico.

Con tutta probabilità, anzi, diciamo pure con certezza, le mie parole non giungeranno mai al papa, ma voglio comunque consigliargli qualcosa: caro Francesco, disdici il giubileo straordinario. Sei ancora in tempo. Fare un passo indietro sarebbe un atto di buon senso e di vera umiltà, quell’umiltà che tutti attribuiscono come virtù a questo papa. Rinunciare a un evento così sarebbe un gesto vero e genuino di umiltà e non un gesto “estetico” come quelli compiuti fino ad ora. Tutti sono capaci di andare a mangiare in una mensa per i poveri, di indossare un vestito semplice e senza decorazioni e una croce di ferro invece che d’oro. Ma ammettere di aver indetto un evento costoso come il giubileo con leggerezza e annullarlo non è cosa semplice. Per farlo bisogna essere davvero umili.

Un gesto forte come questo smentirebbe l’opinione di molti critici che chiamano Francesco I “papa marketing”, ritenendolo più fumo che arrosto. Per ora i fatti sembrano confermare questa tesi. Vedremo il seguito.

Enrico Proserpio