di Martina Grandori

La stangata deve ancora arrivare, si parla di Natale, ma arriverà. Stavolta nell’occhio del ciclone non sono i rincari del costo dell’energia ma il caropasta, ennesima conseguenza dei cambiamenti climatici e della poca lungimiranza del settore agricolo italiano che non ha mai potenziato la produzione di grano duro. Il Bel Paese ad oggi importa circa il 40% di grano di cui ha bisogno (dati Coldiretti), la maggior parte arriva dal Canada, uno dei maggiori produttori mondiali, ma che questa estate a causa della siccità, ha subito un netto calo di produzione e quindi i prezzi della materia prima sono lievitati. Per fermare le speculazioni e garantire la disponibilità del grano e degli altri prodotti agricoli – sottolinea  Coldiretti – occorrono accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con obiettivi qualitativi e quantitativi, e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali.  Infatti il nostro grano è sicuramente più caro di quello importato, ma è anche l’unica via percorribile se si vuole guardare avanti. In Italia le condizioni per incrementare la produzione di grano ci sono, sebbene siano solo 500 mila gli ettari adibiti alla coltivazione di grano ma bisogna, come sottolinea Coldiretti,  accordi fra la filiera produttiva e quella industriale. Il paradosso è che l’Italia è il secondo produttore mondiale con un quantitativo di 3,85 milioni di tonnellate, ma è anche il principale importatore perché molte industrie, anziché garantirsi una produzione con materia prima locale, preferiscono acquistare sul mercato internazionale, le quotazioni sono più basse (alla Borsa merci di Foggia, punto di riferimento per il settore, i rialzi del grano duro, sono saliti a 350 euro per tonnellata, ai massimi da 6 anni).

Però il vantaggio del grano 100% Made in Italy (coltivato senza il diserbante chimico glifosato in preraccolta) c’è, magari non è immediato come tutte le scelte circolari, ma porta a risultati. Vedi il successo  di Molisana, etichetta di Campobasso che a giugno 2021 ha messo a segno un ulteriore +10,7% (in controtendenza rispetto al trend della pasta in generale: -8,3%) e che soprattutto in dieci anni è passata dai 16 milioni del 2011 agli oltre 185 di oggi. Queste eccellenze come Molisana non sono però la norma, l’aumento della materia prima, pesano già sui margini della Gdo che diminuiscono i profitti e aumentano i prezzi.