21 Settembre Giornata mondiale dell’Alzheimer: diagnosi cura ed intervento

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Ogni anno il 21 settembre si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale dell’Alzheimer, istituita nel 1994 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall’Alzheimer’s Disease International (Adi) per diffondere iniziative dedicate alla conoscenza e alla diffusione delle informazioni sulla malattia. I consigli degli esperti a pazienti e caregiver per gestire al meglio una patologia che non ha ancora una cura definitiva

Scoprire di avere un malato di Alzheimer in casa è una di quelle notizie capaci di cambiare, anzi, sconvolgere una vita. Si tratta infatti di una patologia complessa, davanti alla quale siamo spesso impotenti e che lascia cicatrici umane, sentimentali, psicologiche in tutti coloro che sono coinvolti.

«La malattia di Alzheimer coinvolge molto da vicino tutta la famiglia – spiega il dottor Mario Ambrogio Castelli, medico esperto in medicina interna e malattie metaboliche presso Clinic Boutique (www.clinicboutique.it– sia da un punto di vista emotivo che relazionale. Prendersi cura di una persona malata richiede grandi capacità di adattamento alle diverse situazioni e alle nuove esigenze del malato dovute all’inevitabile progressione della patologia. I costi emotivi per i familiari sono molteplici e riguardano l’accettazione (o non accettazione) della malattia, i cambiamenti di ruolo (da coniuge o figlio a genitore), il dolore. Anche le conflittualità sono frequenti».

La malattia di Alzheimer è una condizione cronica e degenerativa che provoca la perdita di cellule nervose. Gli esami medici attuali, in realtà, non sono ancora in grado di confermarla in modo definitivo, nemmeno quelli che fanno uso delle immagini (come Tac, Spect, Rmn). La diagnosi, quindi, si basa sui sintomi e sul modo in cui progrediscono nel tempo. I primi segnali sono di solito rappresentati da problemi di memoria nel ricordare eventi recenti. La malattia poi evolve lentamente e peggiora gradualmente e inesorabilmente nel tempo.

Il ruolo dello stile di vita

La malattia dipende da vari fattori, tra cui una possibile predisposizione genetica. «Sebbene ci possa essere un fattore ereditario – spiega il dottor Castelli – esistono comunque diversi aspetti dello stile di vita che possono influenzare positivamente o negativamente il decorso della patologia.

Una dieta sana ed equilibrata, mantenersi attivi con interessi e attività mentali stimolanti, evitare fumo e alcol possono rallentare la progressione della malattia e il declino cognitivo. Anche l’alimentazione svolge un ruolo importante: aumentare il consumo di frutta e verdura fresca, ridurre carni grasse e cibi ricchi di grassi saturi può aiutare mentre bere alcolici e fumare sono pratiche assolutamente da evitare. È consigliabile svolgere esercizio fisico almeno 3 volte a settimana».

Anche stimolare la mente con attività cognitive può fornire un contributo essenziale: «Giochi e lettura, ma anche la musicoterapia e le arti. È inoltre importante coltivare i rapporti sociali e le relazioni affettive, partecipare ad attività di gruppo per favorire il benessere emotivo».

Spesso la famiglia designa – più o meno esplicitamente – una persona di riferimento come “caregiver principale”, ovvero colui che in prima persona fornisce le cure dirette per un lungo periodo di tempo. Seppur utile per offrire al malato una figura di riferimento, la designazione di un caregiver principale può condurre al riacutizzarsi di dinamiche familiari irrisolte. Affrontare la malattia con grande pazienza, comprensione e amore verso la persona cara è certamente un fattore chiave per superare al meglio questo difficile periodo.

In attesa di una terapia risolutiva

Si tratta di misure importanti perché purtroppo non esistono ad oggi terapie risolutive per questa malattia, la ricerca sta procedendo a passi molto spediti sia in ambito farmacologico che non farmacologico.

«Accanto a farmaci in grado di rallentare il declino cognitivo – spiega la dottoressa Beatrice Casoni, Psichiatra a Bologna – oggi abbiamo la stimolazione magnetica transcranica: un trattamento non doloroso, non invasivo e non farmacologico che attraverso l’applicazione di un campo elettromagnetico sul cuoio capelluto del paziente è in grado di modulare l’attività cerebrale portando miglioramenti in diverse situazioni. Già approvata in diversi Paesi per il trattamento di depressione maggiore e altre patologie, è stata recentemente utilizzata con successo anche in pazienti con Alzheimer lieve-moderato come dimostrato da un importante studio che vede come primo autore il Professor Giacomo Koch direttore del Laboratorio di Neuropsicofisiologia sperimentale della fondazione Santa Lucia, in collaborazione con università di Ferrara e Tor Vergata».

di Susanna Messaggio

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