di Alessandro Giugni

Tra il 1983 e il 1984 Steve McCurry diede vita a uno dei più imponenti lavori della storia della fotografia. Incaricato dal National Geographic Magazine di documentare la stagione dei monsoni, il fotografo americano si imbarcò in un lungo viaggio che lo portò ad attraversare il subcontinente indiano, muovendosi tra India, Nepal e Bangladesh. Un primo contatto con questa realtà, però, Steve l’aveva già avuto molti anni addietro, nel 1961, quando, all’età di 11 anni, sfogliando le pagine di Life la sua attenzione era stata catturata da un servizio fotografico che Brian Brake, fotografo Magnum, aveva realizzato proprio sui monsoni indiani.

McCurry, noto per la meticolosità e l’attenzione a ogni dettaglio, pianificò il tragitto tenendo conto degli spostamenti delle piogge monsoniche, le quali, nel periodo tra giugno e ottobre, prendono il via dalle zone meridionali del subcontinente, proseguendo poi verso settentrione.

Per sua stessa ammissione, le prime fotografie che realizzò non lo soddisfecero affatto: le piogge costanti avevano reso perlopiù impraticabili le strade della maggior parte delle città dello stato dell’Uttar Pradesh e così il fotografo e il suo aiutante si erano ritrovati nella necessità di ricorrere a un’imbarcazione per spostarsi tra i vicoli completamente sommersi dall’acqua. Di conseguenza, gli unici punti di ripresa che inizialmente erano apparsi possibili risultavano essere o l’imbarcazione utilizzata oppure i tetti delle case, ma tali opzioni rendevano eccessivamente distaccato il fotografo dalla realtà che era stato chiamato a documentare. A Benares acquistò un paio di stivali da pesca, ma nemmeno quelli furono sufficienti, in quanto, riempiendosi d’acqua, rendevano impossibile muoversi. Fu così che in un piccolo villaggio del Gujarat, a Porbandar, McCurry decise di farsi coraggio e, armato di un vecchio paio di scarpe da tennis, si immerse quasi completamente nelle torbide acque che avevano sommerso le strade. Una scelta ardita, quasi sconsiderata, se si considera che si ritrovò a doversi muovere tra corpi di animali morti, sanguisughe e fango. Una scelta che trova, però, piena spiegazione nelle parole dello stesso McCurry, parole che fanno capire tanto come sia riuscito a scattare alcune delle più note fotografie della storia quanto come lo studio dei grandi maestri sia fondamentale per divenire uno di loro: «Solo se sei disposto a correre il rischio, solo se sei completamente convinto, allora sei pronto. Le belle foto sono in quell’acqua sporca, non puoi proteggerti, stare ai margini, un po’ fuori e un po’ dentro: se la gente è sommersa fino al collo, devi essere dentro con loro, non c’è separazione, non puoi stare sulla sponda a guardare, ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo. […] Penso sempre alle grandi storie di Koudelka, a Praga e agli Zingari […] era entrato a fondo nella vita di quegli zingari, dormiva con loro, mangiava con loro, beveva con loro. Non faceva le sue foto per poi tornare comodamente in albergo. Per riuscirci bisogna starci dentro fino al collo».

È proprio grazie a questa nuova prospettiva che McCurry scatta una bellissima fotografia ritraente un anziano sarto immerso fino al collo e con una macchina da cucire arrugginita appoggiata sulla spalla destra. A colpire in particolare è l’espressione sorridente di quest’uomo in netto contrasto con la gravità della situazione che stava vivendo. Una piccola curiosità: dopo la pubblicazione di questa fotografia sulla copertina di National Geographic, la Pfaff, nota azienda di prodotti per cucire, avendo notato il proprio marchio ben in vista sulla macchina retta dall’anziano sarto, decise di contattarlo e di regalargliene una nuova.

Nel prossimo articolo di questa rubrica proseguiremo il racconto di questo affascinante viaggio per immagini nel subcontinente indiano.