di Martina Grandori

 

La bagarre è scoppiata da tempo, di stop alla plastica monouso si parla da anni e lo scorso 3 luglio è stato ufficializzato lo stop, arcinoti i danni e le conseguenze di questo mondo invaso dalla plastica. Quei piatti i bicchieri abbandonati sulle spiagge di tutto il mondo sono il 3,1% del totale dei rifiuti, il 17,3% gli imballaggi alimentari, il 17,1% cannucce, il 9,2% posate, da qui emerge l’inciviltà che governa le vite umane, la predominanza della pigrizia nel non portare via quei rifiuti in nome di una coscienza ecologia basica, niente di più. L’economia circolare nel frattempo lavora a ritmo serrato, si cerca di inventare, trovare, produrre, assemblare composti cha abbiano proprietà simili alla plastica, ma siano preceduti dal suffisso bio, le famigerate bioplatiche o plastiche biodegradabili. L’Italia ha la maglia rosa in questo settore: produce il 66% di tutta la plastica biodegradabile europea, vietare con la direttiva 904 del 2019, entrata in vigore appunto il 3 luglio 2020, e due anni per prendere le misure e cercare una soluzione proficua, non è stato possibile. La direttiva europea parla chiaro, mette nella stessa categoria le plastiche non degradabili e quelle oxo-degradabili e biodegradabili, vietandole entrambe. Le seconde sono sempre più di uso comune, sono entrate nella routine delle nostre vita e sono quelle che si gettano nell’umido. Nella terminologia – ombello di  Single Use Plastics (SUP) rientrano sia quelle che provengono da fonti non rinnovabili, sia quelle bio-based, cioè prodotte da biomasse organiche, di cui studi avvalorati affermano che alcune di loro, gettate nell’umido non si decompongono, come grida Greenpeace. Lo stesso vale per le plastiche compostabili, molte marche di bibite famose si erano lavate la coscienza producendo bottiglie in PET riciclato. Il Cnr riporta che «la Plant Bottle della Coca-Cola presentata a Expo 2015 come prima bottiglia in PET 100% da materia prima rinnovabile, è una bottiglia che non si biodegrada, uguale a quelle che troviamo sparpagliate in natura, con l’unica differenza di provenire dagli scarti della lavorazione della canna da zucchero anziché dal petrolio». Risultato vietate entrambe, così non si fanno torti all’ambiente, attualmente non esiste nessuna norma a livello europeo che precisi l’etichettatura ambientale di una bioplastica, salvo l’eccezione di quella biodegradabile e compostabile. Da qui, ancora una volta sarebbe fondamentale un cambio di rotta nella raccolta differenziata, imparando veramente a suddividere anche le tipologie di bioplastiche prima di buttarle, evitando così soluzioni drastiche come questa normativa. 

Sono 280 le aziende italiane e 2780 le persone che vi lavorano, 110.700 le tonnellate di articoli prodotti con plastiche biodegradabili e compostabili, se la produzione si arresta che fine farà questo comparto? Proibire a tappeto senza far distinzione di plastica ha senso? Per gli ambientalisti integralisti sicuramente sì, per chi invece crede nell’informazione, in uno stile di vita giudizioso  – basta poco, lo sanno anche i bambini dell’asilo – e in un comparto industriale che può veramente essere il futuro dell’economia, si mette le mani nei capelli.